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Vincenzo Thoma

Lo spettacolo della morte

Amministrare l’esecuzione capitale davanti agli occhi terrorizzati della folla aveva, un tempo, lo scopo di ristabilire un ordine che il colpevole aveva osato sovvertire. Che si trattasse di un malvivente comune o di un dissidente, di una strega o di un eretico, il supplizio pubblico rappresentava la sovranità di un potere che poteva deliberare sulla nuda vita di un essere umano.

Chi ha ghostato Dante?

Basterebbe fermarsi, oggi, a orecchiare la conversazione di qualche adolescente italiano sulle scale di una scuola, su un autobus o per la strada, per imbattersi in scambi come questi: «Ma non mi dire che ti ha friendzonato?»; «Ma sì, sono settimane che mi ghosta!»; «Eppure era la tua crush! Chillavate sempre insieme!»; «E invece ora sta con uno che, guarda, è proprio cringe!». 

La libertà malata dell’io ipertrofico

Ci deve essere stato un tempo in cui l’Uomo ha sentito di esser parte di un Tutto. Forse quando ha percepito la fratellanza delle proprie lacrime con lo scroscio di una pioggia improvvisa; oppure mentre accarezzava e seguiva per la prima volta i passi frettolosi di un insetto sul dorso della mano ancora innocente e digiuna di dominio; o ancora quando ha conversato a fonemi incerti con il furioso sciabordìo delle onde; oppure, perdendosi con lo sguardo vòlto alla sacralità di un nebuloso silenzio, quando deve essersi trasceso in un’oltrità indecifrabile.

Del dolore e dell’eterno

Mitridatizzare l’esperienza del Dolore. Forse non c’è altro da fare, quando se ne accetta l’invincibilità. Determinarsi a frequentare il dolore, farselo compagno di viaggio, assumerlo lentamente, quotidianamente, come un intruglio venefico che l’organismo finirà per riconoscere e accettare come parte di sé.

Parole a destra e a sinistra

Sono appena tornato da Roma, sempre più ologrammatica, sfocata, da miraggio desertico. Sul volo per Montreal ho parlato a lungo con un anziano signore di Cassino, anch’egli di ritorno in

Il bisogno della lingua

  Roma è rovente. Si fa fatica persino a pensare che lo sia. Ritorno nella Caput Mundi almeno una volta all’anno per occuparmi di mia madre, nel tempo degli addii, da mitridatizzare una carezza alla

Non ti scordar di me

La parola oblio mi affascina. Forse è per quel rappresentare etimologicamente l’idea di buio, di oscurità nella quale facciamo annegare la luminosità di pensieri, stati d’animo, eventi. Va da sé, deve trattarsi di cose per le quali l’oblio si rende possibile, come fossero un livido dell’esperienza destinato a riassorbirsi nella tabula rasa di un nuovo inizio.

Gli sfaccendati del terzo millennio

Pensavo in questi giorni a Umberto Eco e al suo j’accuse nei confronti delle legioni di imbecilli a cui i media sociali hanno conferito il diritto di esprimersi in ogni campo, digitando compulsivamente, istantaneamente pubblicabili, i flatus vocis più insensati. Una provocazione, quella di Eco, che all’epoca suscitò scandalo, ma che oggi appare una vera e propria diagnosi sociologica.

L’esistenza degli altri

Mi chiedo spesso se il pronome personale “io” meriti davvero il primato che gli abbiamo assegnato. Fin dall’infanzia impariamo a coniugare i verbi a partire dalla prima persona singolare. Io penso, io voglio, io sento, io amo. Io, io, io…

L’età che siamo

Leggo in questi giorni – e lentamente, come si dovrebbe sempre leggere – un libriccino inquietante ed esplosivo: “Trattato dell’età’’ del filosofo Manlio Sgalambro. Parlando del nostro essere al mondo, egli afferma che la vera conoscenza di ciò che ci circonda e del suo valore risiede nel nostro renderci conto che siamo, tutti noi, e a conti fatti, materia in disfacimento.