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La filosofia delle lingue

 

 

Uno degli errori tipici dei miei studenti in erba è l’uso degli articoli determinativi, nozione piuttosto spinosa in italiano quanto ai nomi maschili. Infatti, l’altro giorno, Felipe, parlandomi di un suo sogno (si praticava l’imperfetto dell’indicativo) se ne esce con “il uomo’’. Sul momento, non lo interrompo, tanto era interessante la descrizione della sua ultima avventura onirica. Poi, alla fine, prima di congedarlo, gli ricordo che noi Italiani (come i francofoni, del resto) andiamo matti per l’apostrofo. E scrivo alla lavagna “l’uomo’’ e allo stesso tempo giustifico Felipe perché so che nella sua lingua madre il fenomeno dell’elisione (che genera l’apostrofo) è obsoleto, se non addirittura scomparso. Quando mi avventuro davanti alla classe in un parallelo con la lingua di Cervantes, mi sorprendo a ricordare che il popolo iberico davanti all’acqua, però, fa qualcosa di inquietante: dice el agua! ¿Qué? Consapevole della pochezza del mio spagnolo, chiedo a Felipe se agua sia un nome maschile. Ma lui non lo sa. Mi dico: suvvia, Vincenzo, ha 12 anni, è nato a Montréal e ha imparato lo spagnolo con i nonni a casa! Sì, sì, ma io sono curioso, e ormai tutta la classe lo è. Azzardo e dico: “Felipe, posso dire allora che el agua está frio’’? Con degnazione ritrovata, lo studente mi risponde con tono dottorale che no, si deve dire “el agua está fria’’. Ed io ancora ¿¿Qué?? Ma allora agua è davvero una parola femminile! Eccomi di nuovo a spremermi le meningi per capire perché in spagnolo una parola femminile come agua prenda (sic!) un articolo maschile come el. Felipe non sa spiegarmelo e io non vedo l’ora di tuffarmi in qualche grammatica dello spagnolo per risolvere l’arcano. E…? Beh, lo spagnolo davanti a due “a’’ contigue nell’accentazione, cosa fa? Sceglie di aggirare l’ostacolo e utilizza una strategia della conservazione. Mi spiego: non elide, non elimina nulla.

 

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E lo fa anche a costo di utilizzare un elemento estraneo nella logica del genere (come un articolo maschile davanti a un nome femminile). E allora, per non dire “la agua’’ opta per el agua. Chiaro? (Vincenzo, non si finisce di imparare!). Oggi, nella calma della mia stanza, mi chiedo cosa si celi dietro questa tecnica della conservazione che la lingua spagnola adotta, rifiutando di decapitare una parola, di recidere uno dei suoi petali (come fanno altri idiomi). Sospetto che qui si tratti di modi differenti di abitare il mondo. Mentre l’italiano, come anche il francese, giunge, come dire?, a ferire il suono e a recarne il ricordo in un’assenza segnalata – di qui, l’apostrofo -, lo spagnolo, al contrario, non accetta la perdita e assorbe l’ostacolo, istituzionalizzandolo, anche nello stridore della logica. ¡El agua! Lo spagnolo sembra essere testimonianza di un idioma che non concepisce il Nulla. Mentre l’italiano con i suoi apostrofi ci parla di assenza, di tracce, di una morte del segno di cui avvertiamo l’eco, lo spagnolo lotta perché nulla muoia, a costo di trasformazioni estreme, ricomponendo tutto in un flusso ininterrotto. Mah, forse esagero parlando di Essere e Nulla. La colpa è di Felipe (sorrido!). Quando mi ridirà “il uomo’’ capirò che sta entrando anche lui in questo gioco sottilissimo tra ciò che si toglie e ciò che si conserva, tra ciò che scompare e ciò che, ostinatamente, continua a fluire.

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