
Pensavo in questi giorni a Umberto Eco e al suo j’accuse nei confronti delle legioni di imbecilli a cui i media sociali hanno conferito il diritto di esprimersi in ogni campo, digitando compulsivamente, istantaneamente pubblicabili, i flatus vocis più insensati. Una provocazione, quella di Eco, che all’epoca suscitò scandalo, ma che oggi appare una vera e propria diagnosi sociologica. Non è tanto perché la stupidità sia aumentata, ma perché essa ha acquisito una visibilità e una capacità di propagazione prima impensabili. Li ricordate? Solo trent’anni fa, questi che sarebbero diventati gli attuali leoni da tastiera si ritrovavano in un bar, novelli “sfaccendati manzoniani’’, inebriati da un grappino o un caffè corretto, a lamentarsi del governo ladro e delle tasse che aumentano, o magari a crocefiggere l’allenatore di turno incapace di trasformare dei brocchi in campioni. Le loro parole, però, morivano – e per fortuna! – nel silenzio della chiusura del bar. Oggi, invece, ce li ritroviamo a starnazzare con le dita, freneticamente, urbi et orbi, improbabili analisi geopolitiche, a decretare l’inefficacia di terapie mediche o a legiferare su questioni di interesse nazionale, senza possedere la minima conoscenza della materia. La doxa ha avuto la meglio sull’episteme, l’opinione ha finito per emanciparsi dalla competenza, fino a considerarsi autosufficiente. Tanto pervasivo è questo pensiero istantaneo e lapidario che oggi giunge a cambiare persino il modo di far politica dei nostri parlamentari e governanti, costretti anch’essi a formattare l’espressione delle loro intenzioni in formule concise e prive di profondità analitica. Ma insomma! Come pensare che la complessità del ragionamento possa prestarsi alla viralità di un’esternazione rabbiosa su una delle tante piattaforme dei media sociali? Siamo arrivati al punto di troncare relazioni diplomatiche con un semplice cinguettio astioso!

E non finisce qui. La sensazione di onnipotenza dello sfaccendato del terzo millennio si spinge fino all’illusione di trasformarsi in, ahimè, prosatore e poeta. Aggredire una tastiera favorisce automaticamente il plauso delle Muse? Il semplice fatto di avere qualcosa da dire implica anche la capacità di esprimerlo bene? Non direi. Non dimentichiamo che l’Italia è tra i fanalini di coda dei Paesi industrializzati per comprensione di un testo scritto. Siamo un Paese che non solo legge poco – e quando lo fa, spesso fatica a comprendere – ma trova persino la sfrontatezza di invitare l’Altro alla lettura, dispensando consigli letterarî e morali con la sicurezza di un antico maestro di sapienza. Non è difficile, scorrendo le pubblicazioni degli utenti dei media sociali, imbattersi nelle opere in versi di questi… leopardi domenicali — da leoni a leopardi, sempre felini sono! — oppure impegnati in forzate e insulsamente paratattiche «ricerche del tempo perduto» da condividere in rete. Talvolta si ha l’impressione che il gesto dello scrivere abbia sostituito quello del leggere. Eppure, è impensabile un’opera che preceda l’apprendistato, o una voce che sorga senza aver mai ascoltato. Sono espressioni di una smania di essere riconosciuti e acclamati che non passa attraverso la fase dell’umiltà, della lettura della tradizione, dell’incontro con chi ci ha preceduti. Si desiderano i frutti senza accettare la lentezza della semina. Fatemi ritornare a un tema che mi è caro ultimamente, l’Amore: ecco, amare è, in primis, conoscere ciò che si ama, impararne il linguaggio attraverso l’ascolto. Nessun amante pretende di comprendere l’Altro senza dedicargli tempo. Eppure, molti aspiranti scrittori pretendono di fare letteratura senza averla frequentata. Come possiamo pensare di scrivere se prima non sappiamo che cosa sia la scrittura letteraria? Come possiamo aspirare alla ‘’letterarietà’’ di un testo senza averne mai contemplato le forme più alte? Quando poi alcune di queste nuove leve della letteratura riescono a fare il salto da Facebook agli scaffali di una libreria il quadro si fa deprimente. Non sempre il mercato editoriale premia il merito; talvolta premia la visibilità, la capacità di mobilitare una comunità digitale, la notorietà costruita a colpi di like. E allora comprendiamo che il problema non riguarda più soltanto gli sfaccendati del terzo millennio, ma una società intera che ha progressivamente confuso l’attenzione con il valore e la notorietà con il talento. Capirete, dunque, che mala tempora currunt.





