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Parole davanti alla guerra

 

Più di cinquemila anni di civilizzazione non ti sono bastati, Uomo, perché ti decidessi ad abbandonare per sempre la pietra e la fionda. Millenni di riflessione filosofica, di elaborazione di idee fondamentali come quella dei diritti umani, insieme all’esperienza di guerre sanguinose, insomma, nulla sembra averti insegnato ad accogliere l’Altro da Te, a non sentirti più lupo tra gli altri. Eppure, abbiamo imparato ad amare le tue parole, abbiamo voluto credere alla favola dell’animale parlante e logico, all’idea di Bene, di Libertà, di Fratellanza, di Uguaglianza, di Pietà. Abbiamo continuato a crederti: dai primi incerti segni sull’argilla fino ai bit che attraversano oggi le fibre ottiche. Ma tu non sei cambiato. La tua scienza esatta è ancora persuasa allo sterminio, direbbe un Poeta. E stasera, mentre osservo le stelle del mio cielo, tre delle tue infinite parole mi sovvengono: terrore, inquietudine, desiderio. Lasciamele ripercorrere, ritrovare le tracce del tuo passaggio, sperare che in esse si celi un significato ultimo, salvifico.

 

Terrore. In fondo, la filosofia nasce dal terrore, da questo nostro trasalire, sentirci spinti verso un trans, un altrove, un tremare davanti a ciò che infrange l’ordine. È il thaûma di Aristotele, lo stupore che ci prende quando, partendo dalla dimensione ctonia della terra, volgiamo lo sguardo all’Oltre che ci supera. E allora, davanti all’insensatezza di vite falciate — giovani innocenti, città spezzate, madri in fuga nella guerra che in questi giorni lacera ancora l’orizzonte mediorientale — come non essere assaliti dal terrore di non capire? E davanti alla ragione che abdica, come non restare con un perché infitto nella gola? Il terrore è una fenditura nella superficie dell’abitudine. Ci costringe a vedere ciò che non volevamo vedere: la fragilità delle istituzioni, la precarietà della pace, l’ambivalenza del progresso tecnologico. Terrore e pensiero si generano vicendevolmente. Là dove tremiamo, siamo costretti a pensare. Là dove pensiamo fino in fondo, tremiamo ancora di più. Al terrore segue l’inquietudine, il non trovare più la quiete della  casa, del giaciglio, della città. Non sente più casa chi si perde nel terrore di un’affannata riflessione davanti a ciò che rifiuta la ragionevolezza. Non trova sonno chi deve coniugare angoscia e futuro, chi guarda i figli e insieme ascolta il rombo lontano delle armi. L’inquietudine è veglia forzata, l’esperienza di non poter tornare all’innocenza di ieri. E tuttavia, nell’inquietudine si nasconde una possibilità. Perché l’inquieto non si adagia, non accetta che la guerra diventi paesaggio. Non consente al linguaggio di degradarsi in propaganda o in odio.

 

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È proprio nello scoprirsi disperatamente vigili, nell’inquietudine che segue al terrore, che possiamo sperare di trovare una maglia rotta nella rete, una parola nuova che salvi, che responsabilizzi. Una parola che non giustifichi, ma interroghi. Che non ecciti, ma ricomponga. L’inquietudine è già un rifiuto della barbarie. È il segno che non abbiamo smesso di sentire. E allora resta il desiderio, la terza parola. La coscienza di inseguire quel sidus di carne ed ossa che ci manca, l’astro caldo di un’umanità che non torna dalle mille battaglie ma che non rinunciamo ad aspettare. A de-siderare. Desiderare è riconoscere un’assenza e, insieme, non rassegnarsi ad essa. È guardare le macerie e intravedere ancora una casa possibile. È ascoltare il fragore delle armi e continuare a pronunciare la parola “pace” senza ironia. Il desiderio non è ingenuità: è fedeltà a un’immagine dell’umano che ancora non coincide con la sua storia. Lo sguardo volto ai sidera è ciò che ci spinge a credere che al terrore possa seguire la meraviglia, che all’inquietudine possa succedere una calma non imposta dal silenzio delle rovine ma conquistata attraverso la responsabilità. Non la pace dei vincitori, ma quella dei riconciliati. Non l’ordine della paura, ma quello della giustizia. Forse le parole non fermano i carri armati. Non disinnescano da sole gli arsenali. Eppure, sono l’inizio di ogni tregua possibile. Senza parole condivise non c’è trattato, non c’è perdono, non c’è futuro. Se l’Uomo è davvero animale di linguaggio, allora è nel linguaggio che si decide il suo destino.

 

Terrore, inquietudine, desiderio: non sono soltanto stati dell’animo. Sono tappe di una coscienza che può ancora scegliere. Tremare davanti all’orrore, restare vigile nella notte, continuare a desiderare l’astro dell’umano: forse è questa la fragile, ostinata forma di resistenza che ci è concessa. Sotto le stelle, mentre la guerra ancora brucia, resta almeno questo: non smettere di chiamare per nome la pace.

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