
…poi sembra arrivare il tempo degli addii. Quello dei fotogrammi del passato che scorrono davanti agli occhi mentre rivedi un sorriso antico, quello di chi forse oggi sta facendo una valigia. Un viaggio di sola andata. Sembra. È il tempo delle domande irrispondibili, che scompigliano i pensieri: è naturale o è assurdo? È “quel che ha da essere” o è ingiusto? Lo sguardo si fa vitreo davanti alle nuvole mentre cerchi verità ineffabili di fronte a qualcosa che, per tutta la vita, hai volutamente esorcizzato non pensandoci. Davanti al tempo degli addii, qual è la postura intellettuale più autentica? Perché qui è in gioco l’arte del vivere. Come si deve vivere, se tutto è destinato a sottrarsi? È su questo che rifletto, di questi tempi. Anche in questi, profumanti di Pasqua. I giorni mi sfrecciano davanti a una velocità insensata, come un treno senza macchinista, e la sfida è rallentare la freccia del tempo e sperare che quel sorriso antico ci resti ancora vicino. Almeno per un altro po’. È l’antico nodo del morire. Per i Greci, la definizione di Uomo era “colui che muore”, non il “vivente”. Vivere autenticamente è prendere coscienza di questa ineluttabilità: il morire. Altrimenti, ammettiamolo, vivere è un insensato vegetare, più o meno irresponsabile. È la consapevolezza del morire che ci conduce a vivere l’istante, a starci piantati dentro, a crearci l’illusione della perpetuità. Già, l’eternità. Penso alla teoria degli eterni del filosofo Severino, alla soavità che ci prende nel pensare che, in fondo, noi si resta, che, in fondo, ci si trasforma, che quel sorriso antico potrebbe diventare una piega del nostro viso in cui riconoscere chi si ama ancora, riconoscere colui o colei che non ha mai fatto valigie.

Penso alla prima legge della termodinamica: non esiste distruzione, ma trasformazione. Basta guardare meglio, e ritrovare quell’Amore – che temiamo di aver perso per sempre – in un nostro innocente vezzo, riscoprendo presenze che non sono affatto il Nulla. Basta guardare meglio e scoprire che il Nulla non è. Che solo l’Essere è. E ci si scopre parmenidei, tra gli dèi, senza addii. Ritrovare chi si continua ad amare nella polvere delle stelle che ci ha generati. È uno sforzo intellettuale che “ci” dobbiamo. Spesso parlo di mitridatizzazione del dolore: assumere una goccia di una pena futura per ritrovarci pronti a fare un compagno di viaggio dell’attualità del dolore. Mi sovviene lo straordinario racconto di Dino Buzzati, “Il mantello”: quella madre che presagisce la trasformazione ultima del figlio Giovanni, di ritorno dalla guerra; che riconosce, in quel mantello non sfilato dal figlio, la misericordia della Morte che concede a Giovanni la possibilità di un abbraccio alla sua famiglia; e quello sguardo di madre che libera le spoglie del figlio mentre esce di casa per raggiungere il forestiero, Signore del mondo, che attende Giovanni come un pezzente affamato. È così che dovremmo vivere: sapendo che siamo perenne trasformazione, parti di un’eterna ciclicità, facendo del morire occasione di stupore davanti alla consapevolezza di una ineffabile eternità. È così che penso a mia madre, al suo (in fondo) non fare le valigie, al presentire che, comunque, lei resterà nell’espressione dei miei occhi, scorti domani nello specchietto retrovisore dell’auto. Penso a lei in questi giorni profumanti di Pasqua, di passaggio, di soglie che continuamente attraversiamo.
La mia idea di Pasqua è proprio in questo percepire uno scorrere, un sempre che ci àncora. Ancora.
Buona Pasqua a tutti!





