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L’esistenza degli altri

Mi chiedo spesso se il pronome personale “io” meriti davvero il primato che gli abbiamo assegnato. Fin dall’infanzia impariamo a coniugare i verbi a partire dalla prima persona singolare. Io penso, io voglio, io sento, io amo. Io, io, io…Sembrerebbe che tutto debba aver inizio da quello che, però, è uno iato e che sin dalla pronuncia – almeno nell’italiano – obbliga alla separazione delle vocali: i-o, quasi lasciandoci sospettare, da subito, che l’io non sia un’entità monadica, ma presupponga uno slancio, una relazione con qualcos’altro. In fondo, come possiamo pretendere di essere l’unico centro di ogni esperienza? Ho sempre avuto la sensazione che questo ‘’io’’ non sia un sovrano ma, al contrario, nasca come la risposta ad un incontro. L’ “io’’ esiste solo quando incontra il ‘’tu’’, quando incontra l’Altro. Conoscere il pensiero di Martin Buber ha confortato in me questa sensazione. Per Buber, filosofo austriaco naturalizzato israeliano, il ‘’tu’’ non è visto come il campo d’azione dell’ ‘’io’’ ma, semmai, come una presenza viva ed irriducibile davanti alla nostra supposta individualità. In altri termini: sono ‘’io’’ perché c’è un ‘’tu’’ che mi interpella. Si pensi a tutte le esperienze decisive che ci segnano nella vita: un’amicizia, un amore, un figlio che nasce, un maestro che scava un solco nella nostra personalità, fino al dolore di cui si fa esperienza nel momento della perdita di chi si è amato: ebbene, in ognuna di queste esperienze c’è un Altro, c’è un ‘’tu’’ che ci determina, ci fonda, ci crea, incrina la nostra solitudine. È il ‘’tu’’ di chi si ama, l’elemento che rende possibile la nostra vita. Senza quel ‘’tu’’, noi semplicemente ‘’non siamo’’.

 

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Non è un caso che pensatori come Freud siano giunti a teorizzare l’inesistenza dell’Amore, se amare deve risolversi in una ipertrofia dell’’’io’’ ai danni di un Altro visto come un nostro possibile clone, oppure se l’’’io’’ deve farla da padrone annullando la specificità di chi crediamo di amare. Se nella bilancia amorosa le ragioni nascoste del nostro bisogno, le nostre mancanze infantili, l’immagine che abbiamo di noi stessi pesano più del tendere alla conoscenza dell’Altro nella sua particolarità, allora non siamo certo davanti all’Amore. Tanto sconsolato è il disincanto freudiano che Lacan ci rammenta addirittura che ‘’non esiste rapporto sessuale’’; ovviamente, non nel senso del congiungimento occasionale della carne ma in quello dell’impossibilità di riuscire davvero a raggiungere l’Altro nella sua specificità. Insomma, hanno ragione Freud e Lacan? Ci arrendiamo? Esiste davvero questa distanza incolmabile? Quando ti dico che ‘’ti amo’’ esprimerei in realtà il linguaggio delle mie fantasie, dei miei sogni e tu non saresti altro che uno specchio delle mie brame? È così? Be’, io sono ottimista, e non me ne voglia la psicanalisi più profonda e spietata. Credo, infatti, nel silenzio condiviso di due persone che non hanno bisogno di spiegarsi nulla. Credo nella possibilità che qualcuno ci veda per ciò che siamo e non per ciò che rappresentiamo. In fondo, ammettiamolo, l’incontro perfetto non esiste. Quello che sottolineerei è, semmai, la necessità di capire che la relazione non è una fusione o un’invasione dell’Altro. La relazione è un ‘’tu’’ che interpella la nostra distanza, irriducibile, eppure accolta. Diamo uno sguardo all’ ‘’io’’ contemporaneo: non appare anche a voi stanco? Lo vediamo moltiplicarsi nei social network, esibirsi, raccontarsi, cercare conferme. Più parla di sé, più sembra smarrire il senso della propria esistenza, finendo per essere un’eco bolsa e noiosa che si rincorre all’infinito senza trovare una voce originaria. Davanti a tutto questo, credo si debba recuperare l’importanza del ‘’tu’’ e rinunciare alla centralità di questo nostro narcisistico “me, myself and I’’. Ho visto di recente l’ultimo film di Spielberg, “Disclosure Day’’. Non sto qui a rovinarvi il piacere della visione di un’eccellente opera cinematografica; lasciate solo che vi dica che il film termina con una parola, un imperativo, un invito a uno dei nostri sensi, così poco utilizzato da quest’umanità ciecamente panottica. Andate a vederlo e scoprite questa parola. Lasciate solo che vi dica che se l’ “io’’ è una casa, il ‘’tu’’ ne è la porta. E una casa senza porta è solo un’angusta prigione.

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