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L’età che siamo

Leggo in questi giorni – e lentamente, come si dovrebbe sempre leggere – un libriccino inquietante ed esplosivo: “Trattato dell’età’’ del filosofo Manlio Sgalambro. Parlando del nostro essere al mondo, egli afferma che la vera conoscenza di ciò che ci circonda e del suo valore risiede nel nostro renderci conto che siamo, tutti noi, e a conti fatti, materia in disfacimento. Concetto per niente facile da digerire. Verrebbe da chiedere al filosofo: di grazia, quando dovremmo renderci conto di questo… piccolo dettaglio? A diciotto anni? Quando, pensandoci immortali, ingurgitiamo litri di alcol, sfrecciamo per le strade e ci tuffiamo da scogli altissimi, convinti che Atropo non impugnerà mai le forbici per il nostro esile filo? O forse quando, avanti negli anni, cominciamo a svegliarci, anche più volte, nel cuore della notte, pensando sia giorno e non sia proprio il caso di sprecare un altro istante nei fumi del sonno? Vivere autenticamente è anche per il Sant’Agostino delle Confessioni il vivere mortaliter. Non che l’idea sia così rivoluzionaria: per i Greci gli uomini non erano i viventi, ma i brotoi, i mortali (opposti agli dèi athanatoi). Freud giungeva addirittura a vedere nella Vita un’aspirazione insopprimibile a ritornare all’inorganico.  L’aspetto che mi affascina, però, nella riflessione di Sgalambro è che l’età diventa per lui una condizione precisa del nostro essere umani, un essere  consapevole della nostra natura discenditiva  (direbbe Giorgio Manganelli).

 

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L’età non è più un dato anagrafico. In altre parole: non abbiamo un’età; noi siamo un’età. Confesso di aver sempre un po’ ironizzato sulle lingue germaniche che, come sappiamo, si riferiscono all’età come all’essere vecchi di un certo numero di anni, e di avere prediletto le lingue romanze che invece pensano al nostro avere un certo numero di anni. Oggi, alla luce di queste riflessioni, ammetto che il tedesco, l’inglese, le lingue scandinave in genere colgono, magari involontariamente, il nostro essere un’età su base identitaria, non già percepita sulla freccia del tempo. Delle due l’una: o siamo più o meno consapevoli di essere un’età, ontologicamente data, e ne sviluppiamo con il tempo una coscienza approfondita; oppure, nel caso contrario, potremmo arrivare alla tarda età con quel ridicolo e giovanilistico senso di un’apertura ad un possibile, questa volta infondato e non conscio del  perpetuo disfarsi del tutto. Mi spiego con una domanda retorica: chi non conosce dei giovani che si comportano come dei vecchi spiriti e, al contrario, dei vecchi che si atteggiano ancora a grotteschi ‘’Peter Pan’’? Sgalambro si allontana dalla scuola di pensiero che dà importanza alla scelta, quella che attribuisce all’essere umano la facoltà di determinarsi, di aprirsi al regno delle nostre molteplici determinazioni. Sgalambro è impietoso: noi subiamo quel che si è. Perché l’età che siamo, quel che siamo ontologicamente, prima o poi affiorerà alla consapevolezza. Sgalambro docet. A dire il vero, ricordo nella mia adolescenza di aver sempre avuto un rispetto profondo per le persone anziane e in generale gli adulti. Ricordo di non essere mai invanito per la mia giovane età, quasi a sentirla inappropriata al mio essere, al mio vivere il quotidiano. Ho sempre percepito la spietatezza della nostra discesa, cercando di apprezzare a fondo gli istanti di serenità o di estasi, quasi a voler riconoscerne l’eccezionalità. Forse è proprio per questo che li ho vissuti appieno, o almeno credo. Oggi, alla luce delle riflessioni di Sgalambro, sospetto di essere sempre stato l’età che anche oggi mi rappresenta. Forse sono nato vecchio…

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