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L’arte della disappartenenza

 

Che cosa significa sentirsi a casa? Me lo chiedo spesso, ora che l’età avanza e ormai da più di trenta anni faccio mancare ai miei giorni il brusìo delle voci che hanno accompagnato la mia infanzia romana. Tanto pare mancarmi, quel brusìo, che son finito per reinventarmelo in un’aula di classe, orchestrando il vociare di giovani allofoni entusiasti della “lingua del sì’’. Già. Ma non è certo l’interiettivo e scanzonato ahó! delle strade della mia infanzia trasteverina, non è l’ammazza oh! non-violento che facevamo risuonare davanti a qualcosa di incantevole o straordinario, come non è quel daje! coraggioso e speranzoso in un qualcosa che potesse, alla fin fine, funzionare nel Paese dei miracoli e delle soluzioni dell’ultim’ora. Qui, dove oggi vivo, dove certe vocali del luogo spingono la fonazione di un romano come me a difficili equilibrismi labiali, casa potrebbe, non so, diventare un espresso bollente?, la pasta al dente?, la noia sanremese o la politica riottosa e stancamente guelfo-ghibellina vista alla tv? Mentre magari fuori infuria una tempesta di neve. No? Ma è davvero casa? E prima di tutto: che cos’è la casa? Casa è una cosa che ci copre, dicono le antiche tracce di questa parola, una cosa che ci fa ombra, ci ripara. “Ma allora, dai!, anche qui è casa’’, mi sento dire. Sono confuso. E se non fossi stato a casa mai? Perché (e mi piace riaffermarlo ancora) io davanti alla bellezza spettrale della città in cui sono nato non ho mai smesso di provare un sentimento di disappartenenza. Ricordo il mio vagabondare giovanile esterrefatto e afasico davanti al Colosseo, la coscienza di trovarmi davanti a qualcosa che rifiutava quella tipica normalizzazione davanti a ciò che sentiamo nostro. Al contrario, Roma mi ha sempre espropriato, mi ha sempre estraniato. Eppure, in quegli anni Roma ce l’avevo davanti, la camminavo, la respiravo tra gli ahó e gli ammazza. E invece, niente: mi sono sempre sentito uno straniero. Forse che la casa coincida con una vibrazione, e non già con la geografia? Che non abbia nulla di perimetrale e che invece si faccia insondabile ritmo? Che casa vera sia quel che ci è dentro? Ché se è così allora non ha senso slacciarsi e togliersi le scarpe di Van Gogh. Ecco perché sento che non potrò mai smettere di camminarla, la mia casa. E trovarla ovunque. Quando ero a Roma, ero, in fondo, ospite di un qualcosa di troppo grande; ogni rovina affermava la mia transitorietà, faceva della mia voce un’eco senza diritto di cittadinanza. Perché la Bellezza non ha cittadinanza se non quella dell’appartenere a tutti. Disappartenendoci. In fondo, cambiare latitudine non mi ha dato una casa diversa. Certo, oggi so qualcosa del suono della neve che ci rovina addosso, conosco il tacere delle strade d’inverno, mastico clusters consonantici nuovi. E continuo a sentirmi straniero, ma per ragioni altre. È qualcosa di diverso dalla mia ufficiale estraneità, qui, tra le spalle larghe del San Lorenzo. Casa è un divenire che non deve mai trovare approdo. Casa è un viandare continuo, è un trovarla in ogni dove, celebrando dentro il diritto di non appartenere che al mondo.

 

Casa è accettare la propria incompiutezza, è abitare i passi che si fanno, è la coscienza che l’unico suolo natìo è il nostro movimento.

 

La disappartenenza: forma sublime di libertà. Forse la nozione più autentica di casa. Boh…

 

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