
Voglio iniziare subito con un appello rivolto ai miei gentili colleghi docenti: se potete, vi prego, evitate la parola “rigore’’ nei vostri consigli di classe. Permettetemi di liberare il rospo che mi attorciglia le viscere da troppi anni di esperienza nel campo dell’insegnamento di una lingua straniera (e Dio solo sa quanto io sia convinto che, in realtà, una lingua straniera non si ‘insegna’’ ma, semmai, si facilita!). La parola rigore non si sposa affatto con l’idea di scuola (le parole sono importanti, danno forma al pensiero e corpo al nostro agire). Mi domando quanti dei miei colleghi sappiano che con scuola l’antichità pensava al sacro ozio degli studî. Con “scholàzein’’ i Greci intendevano il piacere di riposarsi con quello che dava loro piacere, vivere un dolce far niente fatto di studiati smarrimenti tra papiri e cocci di terracotta sui quali incidere percorsi di idee nuove. L’idea di scuola non era, insomma, disgiunta da quella di piacere, divertimento (e anche sul “divertirsi’’ avremmo da dire! Oggi gli studenti si “divertono’’ poco e finiscono per giocare a fare Rambo con tanto di coltello e mimetica). Insomma, mi spiegate che importanza dovrebbe avere, nella scuola, il rigore, quasi si trattasse dell’eroica postura di chi debba resistere a un inverno siberiano? Che senso ha il logorroico lamentarsi di qualche “balanzone’’ durante il collegio dei docenti nei confronti del solito adolescente che (sic!) manque de rigueur nei suoi studî? Suvvia! Non dovremmo, forse, porci noi la domanda del perché ci sono studenti che stentano a “divertirsi’’ a scuola, a “giocare’’ con le idee, a crearsi mondi con i mattoncini della conoscenza? Non dovremmo, forse, noi chiederci cosa facciamo per motivarli (motivazione: ecco una delle parole importanti dello scholàzein), per creare in loro quell’impulso, quel moto a viaggiare con la mente, sempre nel sacro ozio? Scusatemi, ma ho il terrore di una scuola che istruisce, ma non educa. Ho il terrore di una scuola che considera la mente di un giovane come un secchio da riempire, e non già come brace da accendere. Mi spaventa una scuola che blatera di eccellenza, di ex-cellere, che sogna di spingere l’individuo fuori dal gruppo perché possa sovrastarlo, senza sapere, invece, che si deve essere “tra’’ la gente, senza superomismi insensati. Mi batto, nella mia ora di classe, affinché la scuola sia nelle mani dei giovani, che siano loro a scegliere il trampolino ideale per tuffarsi e bagnarsi nel sapere che propongo (nel mio caso, l’acquisizione della lingua italiana). Ovviamente, ci sarà sempre lo studente esitante, timoroso dell’immersione, restìo a mettersi in gioco.

A volte, si crogiolerà nel ruolo del dissidente, dello studente ribelle e anticonformista (quando, poi, espressione migliore dell’anticonformismo sarebbe, al contrario, proprio l’abbassare la guardia e scoprire il piacere dell’errore). Ma non mi sognerei mai, in un consiglio dei docenti, di denunciarne la (sic!) mancanza di rigore. Perché non dire, invece, che quello studente ha paura di osare, di fare errori? Perché non ammettere che forse siamo noi, docenti, a mancare di rigore nel creare un clima di affetto, di familiarità, di piacere della scoperta, di invito del pensiero di un giovane a viaggiare? Una scholé che si riduca a pensare alle tre “i’’ di certi Ministeri della Pubblica Istruzione di tempi recenti (le ricordate le tre “i’’? Impresa, informatica, inglese…Dio ce ne scampi!) e che si affanni a produrre un nuovo deus-ex machina della Tecnologia ha tradito il senso del suo spirito autentico. Se la scuola rinuncia a essere luogo di attesa e di sorpresa, di lentezza feconda e di errori necessari, allora non resta che una macchina efficiente e vuota, capace forse di produrre risultati, ma non uomini. Sinceramente, non so che farmene di studenti impeccabili se hanno disimparato a tremare davanti a un’idea nuova. Preferisco mille volte un’esitazione viva a una perfezione morta. Perché è in quella esitazione, fragile e ostinata, che ancora abita la possibilità del pensiero.





