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Nel ricordo di Andrea Passarelli | L’indimenticabile piccola patria

Dedico questo mio scritto ad Andrea Passarelli, jelsese, venuto a mancare lo scorso 9 luglio (Montréal). Il caro Andrea lo avrebbe grandemente apprezzato, data la coincidenza dei nostri forti sentimenti d’amore per l’angolino di terra che ci ha dato i natali, e che ci ha tenuti affratellati qui a Montréal, nonostante la grande distanza geografica di questi due luoghi tra loro: la mia Pisino (Istria) vs la sua, anzi la nostra, Jelsi (Molise)

 

 

Voglio rivelarvi un particolare su di me che può a tutta prima disorientare, soprattutto dopo il premio che mi è stato di recente attribuito per il saggio “Fedeli alla memoria dei mondi perduti: Istria, Fiume, Dalmazia”: io sono stato riconosciuto come un intellettuale molisano, sì molisano. Ciò è avvenuto in un libro antologico, serio ed importante, dal titolo “Altrove – Intellettuali molisani nella diaspora” (Cosmo Iannone Editore, 2022) a cura dello studioso Norberto Lombardi, che è una vera autorità nel campo degli studi delle migrazioni. Il libro è composto da “venti interviste a persone di origine molisana” che hanno lasciato un segno “nei campi della letteratura, dell’arte, della saggistica, dell’impegno sociale e civile o che sono tutt’ora attive nelle reti globali della scienza e della ricerca”. Ebbene tra questi 20, tutti molisani, vi è anche il sottoscritto, istriano.

 

Il mio amore per la mia cittadina natale, Pisino, mi ha spinto a condurre ricerche e a pubblicare testi sull’amore che una minuscola comunità di molisani rivolge da anni, a Montréal, alla propria minuscola località di nascita: Jelsi. In questi miei scritti io ho spiegato la maniera in cui il mio amore per le nostre terre perdute, e per il dialetto che ho parlato fino ai sei anni di età, mi ha spinto a studiare, ad interessarmi all’amore che questi jelsesi di Montréal dimostrano per il passato, per il dialetto, e per i valori rurali, e per le storie e le leggende del loro borgo natio.

 

L’idea della piccola patria, l’angolino di terra che è il porto d’approdo delle nostalgie più pure, vive emblematica in Jelsi, minuscola cittadina in provincia di Campobasso, simbolo, come io scrissi, di tutte le nostre piccole patrie lontane. E ugualmente mi sono interessato al nazionalismo dei franco-quebecchesi. Questo semplicemente per dirvi che la mia fedeltà al dramma storico dei giuliano-dalmati non mi ha rinchiuso in una sterile celebrazione del nostro passato; di noi originari della Venezia Giulia e Dalmazia, ma ha prodotto un allargamento della mia coscienza spingendomi ad interessarmi alle fedeltà e alle appartenenze collettive altrui.

 

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Vi propongo, a questo proposito, quello che scrissi, anni fa, dopo un viaggio a Pola su queste radici indispensabili, e sul fatto che nessuno sfugga ad un’appartenenza di nascita, di vita e di destino.

 

“Ero in albergo, in quel paese straniero in cui si trova ormai l’amato angolo di terra italiana dove io sono nato. Solo. Dalla finestra spalancata osservavo, dall’alto, le persone che passavano sul litorale pietroso. Per tutto il giorno mi avevano assalito le tante domande sulla vita, e di quello che sarebbe stato se…

 

Il passato mi schiacciava. Un passato dei cui inizi non avevo neppure memoria e che tuttavia mi possedeva con la forza che sanno talvolta avere i morti. Avevo in testa mille nomi di gente che non avevo conosciuto, e mille episodi che avevo udito dai miei genitori, i quali, profughi, si erano trascinati ovunque la memoria del ‘prima’. Ed io questa memoria non potevo abbandonarla. Non potevo tradirla.

 

Sul comodino, nella stanza d’albergo, avevo ‘Il Piccolo’ di Trieste, e alla sera, in cerca di altre idee, mi misi a leggerlo. Ed ecco, in terza pagina, questo articolo di Carlo Sgorlon ‘Radici indispensabili’. Lo lessi d’un fiato. Mi turbò. Pensai che me lo avesse inviato il destino per dirmi che non ero solo e che il mio tormento era il tormento di altri uomini lacerati. Sgorlon parlava del potente amore per la piccola patria, l’angolino di terra che ci ha dato i natali, il dialetto, la magica bellissima infanzia, vera o immaginata.

 

Accanto alla grande patria o ad altre aspirazioni più ampie ed altruistiche, l’uomo, anche il più grande, reca in sé questa dolcezza insopprimibile per l’angolino di terra nel quale tutto era certo. Il luogo natìo è come un morto amato. E i morti amati non si possono mai seppellire per sempre”.

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