
Io credo che anche da Napoli, e non solo dal dna familiare, mia sorella trasse la sua passione per il gesto generoso; ma non spagnolesco, ostentativo, esibizionistico – diffuso invece a Napoli, dove spesso la finzione altera e traveste la sostanza – bensì basato sul gusto del dare, sul desiderio di aiutare, e anche sul voler credere a ciò che gli altri le raccontavano.
Al Liceo scientifico Laura studiò con profitto lo spagnolo, una lingua da lei molto amata e con cui si esprimerà sempre con facilità. Allo spagnolo si aggiungerà il francese, grazie ai film che girerà con registi transalpini e agli anni che trascorrerà a Parigi con Belmondo. Il quale, noto per inciso, si dimostrò sempre un gran signore nei suoi comportamenti verso la nostra famiglia. Inoltre, Laura conosceva molto bene l’inglese che aveva imparato da giovane, dal vivo, da una famiglia americana. Non posso, a questo punto, non parlarvi di una storia assai particolare che stette per dare una svolta definitiva a Laura adolescente.
A Napoli, nostra vicina di casa era una famiglia americana: i Brown. Lui era un ufficiale della Nato. La signora Doris, sua moglie, nutriva uno straordinario affetto per Laura, allora adolescente, tanto che avrebbe voluto “adottarla”; attraverso il ricorso non so più a quale forma legale affinché potesse andare a vivere con loro in America, in California. Era ormai da un paio d’anni che accoglievano Laura a casa loro: un appartamento non distante da dove abitavamo noi; e la facevano partecipare, quasi fosse una loro figlia, alle tante attività della comunità americana di Napoli, tra cui picnic, ricorrenze, gite, bagni di mare nella spiaggia riservata agli americani a Capo Miseno; dove anch’io una volta andai con lei.

Il ritorno negli USA della famiglia Brown si avvicinava… La signora Doris, persona dolcissima, insieme col marito propose a mio padre una formula legale affinché Laura potesse andare a vivere con loro in America. I miei amavano Laura con tutto il cuore. Ma decisero, dopo sofferte analisi e lunghe discussioni, di permettere alla loro figlia di accedere a una vita oltreoceano che allora appariva infinitamente migliore. Inoltre, i nostri genitori temevano, e lo temeranno per tutta la vita, il ribaltone, il ribaltamento, ossia in pratica la presa del potere da parte dei comunisti come era già avvenuto in Istria.
La famiglia Brown partì con i loro due figli, Jerry e Dennis, ma senza la loro “figlia”: Laura. Ciò avvenne nel luglio del 1956. Conosco la data perché la signora Doris, che molti anni dopo raggiunsi al telefono dal Canada, mi raccontò che il transatlantico che li stava riportando in patria intervenne in soccorso, in acque americane, dei passeggeri dell’Andrea Doria, speronata ed affondata dal mercantile svedese Stockholm: era il 25 luglio del 1956. Piangendo mi disse, al telefono, che per anni avevano mantenuto una cameretta pronta per Laura, nella speranza che finalmente potesse venire a vivere da loro. Ed era una cosa che io sapevo, perché mia sorella aveva continuato per lungo tempo a corrispondere con loro, e mi aveva mostrato le foto della “sua” stanza, inviatele da “mamma Doris”. Ma cosa impedì a Laura di partire con i Brown per la California?
All’ultimo istante, proprio quando doveva apporre la firma definitiva sui documenti necessari per l’affido di Laura alla famiglia Brown, che stava per partire definitivamente per gli Usa, mio padre si tirò indietro. Fu un errore commesso dai Brown a fargli cambiare improvvisamente idea: qualche istante prima di quella firma, in un ufficio legale, non so se italiano o invece americano della Nato, gli fu consegnata una busta contente una somma di denaro, come ringraziamento. Ma per mio padre quel gesto significò che stava vendendo sua figlia… Scusandosi, rifiutò la busta e non appose la firma. E il destino di Laura cambiò.





