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Eurispes: “La carenza di infermieri è sintomo dell’inefficienza strutturale del mercato del lavoro”

(Adnkronos) – Recuperare efficienza ed esplorare forme di lavoro diverse e meccanismi organizzativi alternativi. La carenza infermieristica in Italia è il sintomo di un’inefficienza strutturale del mercato del lavoro, oltre che un’emergenza numerica. È quanto emerge dallo studio Eurispes ‘Oltre il lavoro dipendente. Nuovi modelli organizzativi del lavoro nell’area infermieristica’, che invita a spostare il dibattito dal ‘quanti infermieri mancano’ al ‘come’ il sistema li impieghi, li trattenga e li valorizzi. Il mercato del lavoro infermieristico – spiega l’istituto di ricerca in una nota – presenta “alcune disfunzioni: precarietà, turn-over elevato, scarsa mobilità, condizioni contrattuali poco attrattive e barriere al riconoscimento dei titoli convivono, in alcuni casi, con carenze di personale e difficoltà di inserimento di nuove figure. Un paradosso che segnala come il problema non sia soltanto la disponibilità numerica di professionisti, ma anche la capacità del sistema di allocarli in modo efficiente”. 

Aumentare i posti di formazione, da solo – continua la nota – “produce risultati limitati: serve agire sull’organizzazione del lavoro”. L’Italia conta 6,9 infermieri ogni mille abitanti, sotto la media europea di 8,9, con 464.193 iscritti all’Albo unico Fnopi- Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche (giugno 2026) e forti divari territoriali (dagli 86,2 ogni 10mila residenti del Lazio ai 52,2 della Campania). Ma i segnali più netti dell’inefficienza sono altri: “uno stipendio medio di circa 32,4mila euro, contro i 39,8mila della media Ocse; un’età media di 45 anni con crescente rischio di ricambio generazionale e una fuga verso l’estero di circa 5.770 professionisti nel 2025, diretti soprattutto verso Regno Unito (44%) e Svizzera (24%), in cerca di retribuzioni e carriere più competitive”. 

Sul fronte opposto, il sistema ha risposto ai vuoti di personale infermieristico con strumenti emergenziali: a fine 2025 operavano in Italia quasi 20mila infermieri ammessi con procedure derogatorie. Le stesse categorie di rappresentanza degli infermieri ne chiedono il superamento anticipato e l’istituzione di elenchi dedicati. Un ulteriore segnale che “le soluzioni tampone” non sostituiscono una politica strutturale. 

 

Lo studio individua nelle forme di esercizio professionale non subordinato – libera professione, modelli associati, e soprattutto il convenzionamento – una delle possibili leve per recuperare efficienza. Il riferimento è il modello dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta: professionisti non dipendenti ma convenzionati con il Ssn-Servizio sanitario nazionale, con tutele definite da accordi collettivi. Applicare una logica analoga agli infermieri aprirebbe una via intermedia tra lavoro subordinato e libera professione pura, capace di coniugare autonomia, flessibilità e integrazione nel servizio pubblico, senza scivolare nella precarietà. 

In questa direzione si erano mossi gli emendamenti al Ddl sulle professioni sanitarie (poi non portati avanti), che prevedevano il reclutamento diretto di infermieri tramite contratti di collaborazione libero-professionale e il riconoscimento delle prestazioni infermieristiche nei Lea-Livelli essenziali di assistenza. Un percorso che oggi si affaccia anche come proposta di legge. Continuare a leggere la carenza infermieristica come un’emergenza di numeri condanna a rincorrere il problema con deroghe e soluzioni tampone. Il vero nodo è l’inefficienza del mercato del lavoro: un sistema che forma professionisti ma non riesce a trattenerli, valorizzarli e allocarli dove effettivamente servono. Andare “oltre il lavoro dipendente” significa esplorare meccanismi – come il convenzionamento – che restituiscano efficienza, purché regolati con equo compenso, tutele e trasparenza. 

L’obiettivo non è tanto ‘avere più infermieri’ – conclude la nota – quanto costruire le condizioni perché possano esercitare pienamente il proprio ruolo ed essere trattenuti nel nostro Paese. Solo un approccio integrato – autonomia, tutele e programmazione – può trasformare la crisi attuale in un’occasione di riforma strutturale del lavoro infermieristico. 

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