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Conflitti culturali e criminalità (Parte 1)

Premessa. A Modena si è verificato un grave episodio di violenza presumibilmente di tipo terroristico, ad opera di un italo-marocchino nato a Bergamo, animato da un profondo odio e da un desiderio di vendetta verso gli italiani. Le cause? Problemi psichici, gravi frustrazioni, forte disagio esistenziale. L’odio antitaliano di questo individuo ha tra le sue cause, secondo me, un patologico conflitto culturale.

Per capire meglio il fenomeno della criminalità degli stranieri in una data società è utile mettere a fuoco la nozione di “conflitto culturale”. Tradizionalmente si è vista nell’immigrazione una causa non trascurabile di aumento della criminalità. Il sentimento di xenofobia che attribuisce l’origine di tutti i mali – disoccupazione, epidemie, ecc. – all’arrivo di stranieri avrà certamente fornito il suo contributo all’edificazione di una tale tesi, ma non mancano i fondamenti seri che la giustificano. Gli indesiderabili di ogni paese hanno talvolta la tendenza a scegliere migliori lidi, a cambiare aria insomma, recandosi in paesi più prosperi, e anche più tolleranti, del loro. Fenomeno quest’ultimo visibilissimo oggi in Italia, dove chiunque vi giunga illegalmente per via mare è non solo accolto, confortato e nutrito, ma è considerato un essere moralmente superiore alla massa degli italiani, senza che neppure si accertino i suoi antecedenti.

 

La sua diversità è un suo grande titolo di merito nel paese dove la dichiarazione “Io non mi sento italiano” è un’ammissione paradossale d’italianità fatta da tantissimi rinnegati italiani. Il nuovo arrivato può inoltre decidere di vivere nell’illegalità, compiendo reati anche in serie senza dover temere gravi conseguenze, grazie al pressapochismo ‘‘buonista’’ di una buona parte dei preposti al funzionamento dello Stato di Diritto, trasformatosi ormai da tempo in uno Stato di diritti, privilegi, favori, agevolazioni, eccezioni, indulgenze, sanatorie e di aperture al diverso. Potrà quindi dedicarsi al crimine, senza temere di essere rispedito a casa sua.

 

In questa beatificazione dello straniero un ruolo importante è svolto dall’ecumenismo vaticano, dall’internazionalismo marxista, dal sentimento antinazionale che anima molti progressisti, e da quel particolare fenomeno che è l’a-nazionalismo, fenomeno sconosciuto nel resto del mondo e invece molto diffuso in seno alle masse della penisola, isole comprese.

 

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Per la teoria del conflitto culturale, il fattore di rilievo favorente gli atti devianti da parte dello straniero è dato dallo choc tra norme di condotta diverse, cioè dallo scontro tra culture dissimili.

 

Già nel 1889 un criminologo francese aveva osservato che le zone di frontiera, in Francia, presentavano un alto tasso di criminalità. In tali zone, infatti, si verificano frizioni causate dall’incontro di opposte culture. Ma questo attrito culturale avviene ugualmente nel corso del processo d’integrazione che l’immigrato conosce nella società che lo accoglie. Processo che talvolta è di lunga durata. La fase finale sopravviene solo al momento della disintegrazione o comunque della forte attenuazione della cultura e delle norme di comportamento originarie, che infine cedono il posto a nuove regole di comportamento e a un nuovo sistema di valori. Ma prima che ciò avvenga, l’immigrato subisce una serie di conflitti a carattere culturale iniziati nel momento stesso in cui, poggiato il piede sul suolo del paese adottivo, egli cerca di raccapezzarsi nel nuovo universo di codici di comportamento e di simboli cui si è trovato confrontato, tra questi innanzitutto la lingua.

 

Secondo tale tesi, l’indice di criminalità sarebbe più alto tra quegli immigrati che subiscono più fortemente il conflitto culturale, mentre sarebbe inferiore tra coloro che continuano a vivere alla maniera antica, protetti da un sistema di valori che funziona quasi da cuscino nei confronti del “nuovo mondo”. (Segue)

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