Sciopero illegale e lock-down, migliaia di voli cancellati e forti disagi per i passeggeri negli aeroporti di tutto il mondo. Al centro dello scontro: salari e ore di lavoro non pagate. Lunedì notte la svolta: trovata un’intesa di principio. Da martedì sera la graduale ripresa dei collegamenti aerei

OTTAWA – Si è sbloccata nella notte tra lunedì 18 e martedì 19 agosto la trattativa che per tre giorni ha messo in ginocchio Air Canada e tenuto col fiato sospeso migliaia di viaggiatori rimasti bloccati negli aeroporti di tutto il mondo. Martedì mattina la compagnia di bandiera ha annunciato la ripresa progressiva delle operazioni, dopo l’interruzione completa dei voli dovuta al conflitto di lavoro con i circa 10.000 assistenti di volo. L’accordo provvisorio è stato raggiunto con il Sindacato canadese della funzione pubblica (SCFP), sotto la supervisione del mediatore William Kaplan. L’intesa, che dovrà ora essere ratificata dagli iscritti, prevede il rientro immediato al lavoro del personale di cabina, permettendo così ad Air Canada e alla sua controllata Air Canada Rouge di riavviare gradualmente le attività sospese dal 16 agosto. In un comunicato, il sindacato ha sottolineato che l’accordo “mette fine alla pratica del lavoro non retribuito quando gli aerei non sono in volo” e che rappresenta “un cambiamento trasformativo per l’intero settore, dopo una battaglia storica per riaffermare i nostri diritti costituzionali”. In un post pubblicato sul proprio sito, il SCFP ha inoltre ribadito che “il diritto di votare sul proprio salario è stato preservato” e ha invitato i membri a “collaborare pienamente alla ripresa delle operazioni”. Dal canto suo, Michael Rousseau, Presidente e Amministratore delegato di Air Canada, ha riconosciuto l’impatto negativo della mobilitazione: “La sospensione del nostro servizio è stata estremamente difficile per i nostri clienti. Ci scusiamo profondamente per le conseguenze di questo conflitto di lavoro”. Rousseau ha tuttavia avvertito che per tornare a un servizio completo potrebbe essere necessario “almeno una settimana”. I primi voli sono previsti nel pomeriggio di martedì 19 agosto, ma la compagnia avverte che cancellazioni e ritardi saranno possibili ancora per 7-10 giorni, fino alla stabilizzazione degli orari. Ai passeggeri coinvolti verranno offerti rimborsi integrali, crediti per futuri viaggi o la possibilità di essere trasferiti su altri vettori.
Tre giorni di muro contro muro. Da sabato 16 agosto, sono state 72 ore di scontro totale tra Air Canada e i suoi circa 10.000 assistenti di volo, tra steward e hostess, rappresentati dal sindacato CUPE (Canadian Union of Public Employees, in francese SCFP, Syndicat canadien de la fonction publique). Si è trattato del primo sciopero del personale di cabina di Air Canada dal 1985. La mobilitazione, proclamata nella mattinata di sabato 16 agosto e subito seguita dalla serrata della compagnia aerea, ha innescato un braccio di ferro senza precedenti con il governo federale e con il Consiglio canadese delle relazioni industriali (CCRI), che, 12 ore dopo l’inizio della mobilitazione, ha dichiarato l’astensione dal lavoro “illegale” e ha ordinato il rientro in servizio entro lunedì a mezzogiorno. Il sindacato, però, ha risposto sfidando apertamente l’ordine ricevuto. “Abbiamo il diritto costituzionale di scioperare e continueremo a farlo finché non ci sarà un contratto equo”, ha dichiarato la sezione di Air Canada del CUPE, che ha denunciato anche un conflitto d’interessi: la presidente del CCRI, Maryse Tremblay, infatti, è un’ex avvocata di Air Canada. “Non possiamo accettare che chi ha lavorato per la compagnia decida ora sul nostro diritto di sciopero”, l’accusa del CUPE, che ha proseguito con la strategia delle manifestazioni all’esterno degli aeroporti di Toronto, Montréal, Vancouver e Calgary. Una posizione drastica e intransigente che ha rischiato di esporre il sindacato a sanzioni fino a 100.000 dollari al giorno, mentre ogni singolo dipendente in sciopero sarebbe potuto incorrere in multe di 1.000 dollari al giorno, come prevede il Codice del lavoro.

I passeggeri nel caos. Le conseguenze sono state immediate e visibili: fino a 130.000 viaggiatori al giorno sono rimasti bloccati negli aeroporti in giro per il mondo, tra cancellazioni e ritardi a catena. Famiglie senza assistenza, turisti senza informazioni, scali congestionati: un’immagine di caos che non ha giovato né alla compagnia né al Paese. Air Canada, ricordiamolo, opera circa 700 voli quotidiani in 65 Paesi, collegando direttamente Montréal e Toronto con oltre 180 destinazioni nel mondo, tra cui Roma, Milano, Napoli e Venezia. La sospensione forzata delle attività ha generato, secondo la National Bank, perdite stimate in 60 milioni di dollari canadesi al giorno.
La trattativa: numeri a confronto. Alla base della mobilitazione il mancato rinnovo del contratto collettivo. Dopo settimane di negoziati, ad agosto le parti hanno rotto il tavolo. Prima dell’accordo di lunedì notte, Air Canada aveva presentato un’offerta che prevedeva: +38% di aumento complessivo in 4 anni, con un +8% già nel primo anno, più un nuovo schema di indennità che avrebbe portato a un incremento del 12–16% sul salario orario nel 2025 (sommando base e compenso per lavoro a terra). Secondo la compagnia, ciò avrebbe significato che, entro il 2027, gli assistenti di volo più esperti avrebbero raggiunto in media 87.000 $ l’anno e circa il 20% del personale avrebbe superato i 90.000 $ annui. Il sindacato ha contestato, però, duramente queste cifre. Il CUPE ha sostenuto che: per chi ha meno di 5 anni di esperienza l’aumento reale non avrebbe superato il 17,2%, ben lontano dal 38% sbandierato dall’azienda; inoltre, ogni dipendente accumulava in media 35 ore di lavoro non retribuito al mese, legato a imbarco, controlli di sicurezza e altre operazioni di terra. “Vogliamo essere pagati per tutte le ore in cui lavoriamo, non solo per quelle in volo”, hanno ribadito i rappresentanti sindacali.
Il ruolo del governo. La Ministra federale del Lavoro, Patty Hajdu, è intervenuta sabato 16 agosto ordinando la fine dello sciopero e avviando la procedura di arbitrato vincolante, prevista dall’articolo 107 del Codice del lavoro. Una decisione che ha diviso l’opinione pubblica: da un lato il diritto dei cittadini alla mobilità e la tutela dell’economia nazionale, dall’altro la libertà sindacale di scioperare per rivendicare migliori condizioni di lavoro. “L’intervento era necessario a causa dell’impatto del conflitto sui cittadini e sull’economia del Paese”, ha spiegato Hajdu. È la quarta volta in pochi mesi che Ottawa ha fatto ricorso a questo strumento per chiudere una vertenza (dopo le Ferrovie, i Porti e le Poste). Il sindacato, però, non ha accettato passivamente la decisione. Il CUPE, infatti, ha subito annunciato ricorso in tribunale. “Sono molto ottimista sulle nostre possibilità di successo davanti ai giudici”, ha dichiarato il presidente nazionale del sindacato, Mark Hancock, pur ammettendo che “ci vorranno probabilmente diversi anni prima di una sentenza definitiva”, con un percorso che sarebbe potuto arrivare fino alla Corte Suprema. Lunedì 18 agosto, il Primo Ministro Mark Carney ha invitato alla calma e al dialogo: “È deludente che le trattative non abbiano portato a un accordo. Riconosciamo il ruolo essenziale degli assistenti di volo per la sicurezza e il comfort dei viaggiatori, ma chiediamo a entrambe le parti di trovare rapidamente una soluzione”.
Una crisi che pesa sull’immagine del Paese. Col passare delle ore, il braccio di ferro ha assunto dimensioni politiche ed economiche sempre più rilevanti e insostenibili. Da una parte, il più grande vettore del Paese, partner della Star Alliance e volto internazionale del Canada. Dall’altra, una categoria professionale che rivendicava dignità salariale e condizioni di lavoro più eque. In ogni caso, il danno d’immagine è stato forte: viaggiatori lasciati a terra, proteste negli aeroporti, accuse di “ostaggi” al governo e alla compagnia. Per molti osservatori, il conflitto, che per fortuna si è risolto dopo 3 giorni, rischia di lasciare cicatrici profonde nella percezione del servizio pubblico e nella reputazione internazionale di Air Canada.





