Il giornale italiano 1° in Québec e in Canada

ULTIM'ORA ADNKRONOS

Il bisogno della lingua

 

Roma è rovente. Si fa fatica persino a pensare che lo sia. Ritorno nella Caput Mundi almeno una volta all’anno per occuparmi di mia madre, nel tempo degli addii, da mitridatizzare una carezza alla volta. Sperando (ancora) in un nuovo anno con lei. Ora siamo alla valigia del ritorno a Montreal. Più pesante, per via di qualche libro da leggere o da parcheggiare nel mio caotico tzundoku. Scorro quarte di copertina e so già quale autore sarà con me in volo. Mi farà compagnia Emil Cioran e il suo La tentazione di esistere. È uno dei miei filosofi preferiti. In questi miei torridi giorni romani, mi è risuonata spesso una sua frase: «Non si abita un Paese, si abita una lingua. Una patria è questo, e niente altro». Ho ritrovato per un mese e mezzo il mio romanesco, la mia parlata materna, la sonorità naturale degli incontri con i miei famigliari e i miei amici. Per un mese e mezzo, ho messo da parte il mio italiano asettico, privo di inflessioni, giornalistico, ipercongiuntivale, quello che uso con i miei studenti (spesso mi chiedo se sia davvero un bene) e mi sono bagnato nelle acque amichevoli del mio dialetto, nelle fusioni jazzate di pronomi complemento oggetto indiretto e diretto (t’hoo detto che ‘o facevo), nel cordiale sprezzare il congiuntivo (voi che te faccio un caffè?), nelle tipiche apocopi degli infiniti (annamo a magna’), negli aho!’mbèe no!. È qui, casa mia. La scanzonata slabbratura di una lingua quale l’italiano, troppo scelta, normata, codificata, avvertita spesso come fredda e opprimente, restituita qui alla naturalezza della nostra emotività. Una lingua che non chiede permesso prima di uscire dalla bocca, che non si mette in posa, che, prima ancora di comunicare, ci riconosce.

 

Pubblicità

 

Ripensando a Cioran e alla sua frase, è qui, nell’uso di questi suoni, che trovo casa. Non tanto nel Paese e in una Bellezza che appartiene al mondo intero. Casa è nella mia lingua. Non già quella che insegno, sorveglio e correggo. Forse è per questo che, pensando alla lingua, mi torna in mente anche Heidegger: «La lingua è la casa dell’essere», aggiungendo che nella sua dimora abita l’uomo. Una frase che, riletta oggi, mi sembra meno astratta di quanto non appaia. Ammettiamolo, abitare una lingua significa proprio questo: avere un luogo nel mondo in cui non dobbiamo tradurci. Casa è in quel «voi che t’accendo ‘a luce, ma?». Casa è nella lingua che ci ha segnati, che ci ha dato alla luce, che non potremmo scordare. Perché non si scorda quel che si ama, no? Cioran conosceva bene questa forma di nostalgia. Anch’io, in questi giorni, ho avuto la sensazione di essere tornato in un luogo che non è segnato sulle mappe. Un luogo fatto di suoni, di inflessioni, di parole storpiate con affetto. Di errori grammaticali che non sono errori quando servono a dire esattamente ciò che vogliamo dire. Tra qualche ora tornerò a Montreal. Rimetterò in valigia il mio italiano, quello senza accento, prescrittivo (benché io non faccia mancare nella mia classe qualche incursione nel descrittivo). Ritorno alla lingua che insegno, sorveglio e correggo. Il mio romanesco rimarrà qui, tra sampietrini e fontane, negli occhi stanchi di mia madre che aspetterà che le dica al telefono che sono arrivato, con un’eco trilussiana. Una lingua non si lascia mai davvero. Rimane nelle pause, nelle interiezioni, nella musica involontaria di una frase. Resiste soprattutto nelle voci che abbiamo amato e che, quando siamo lontani, continuiamo ad ascoltare dentro di noi. Una lingua diventa patria solo quando temiamo di poterla perdere. Ritorno a Montreal con il cuore un po’ più pesante e lascio Roma con il suono della voce di mia madre. Quella che, ancora, mi chiama a casa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

NOTIZIE RECENTI

Adnkronos

Carte e documenti: cosa tenere e cosa buttare

Home sweet home. Siete tornati dalle ferie, siete rilassati e magari avete deciso di mettere un po’ d’ordine in casa. Tra armadi e scaffali saltano fuori vecchie fatture, ricevute, estratti conto, dichiarazioni dei redditi, contratti e polizze. Che cosa dobbiamo conservare? Che cosa possiamo buttare? Un piccolo dilemma domestico che riguarda anche la buona gestione delle nostre finanze.

LEGGI »

La Dominion Gallery: storia di una istituzione

La missione di una galleria d’arte non è solo quella di vendere alcuni dipinti di artisti più o meno noti o di grande fama, ma anche quella di educare. La maggior parte delle persone che visitano le gallerie d’arte hanno una conoscenza molto limitata della storia e del mercato dell’arte.

LEGGI »

Il Ferragosto sbarca a Montréal: grande successo al Vieux-Port

Spiaggia, sole, musica tricolore e sapori della tradizione: ItalFestMTL porta per la prima volta l’atmosfera dell’estate italiana alla Pointe de l’Horloge, nel Vecchio Porto. Tantissime famiglie e giovani hanno partecipato a uno degli appuntamenti più originali della 33ª edizione del Festival

LEGGI »
Pubblicità

Askanews