“Viva Vittorio”

Lo scorso 11 agosto, all Istituto Italiano di cultura di Montréal (che è diretto attualmente dalla dinamica e accogliente Francesca Calamaro), il prof. Marc Choko ci ha presentato il profilo artistico e umano di Vittorio Fiorucci (Zara, 2-11-1932- Montréal, 30-07-2008): fotografo, disegnatore grafico, cartellonista, illustratore di chiara fama.
Era giunto in Canada nel 1951, a 19 anni di età, in provenienza da Venezia, dove la sua famiglia si era trasferita da Zara (Dalmazia), durante la guerra, riuscendo a sfuggire ai devastanti bombardamenti alleati che rasero al suolo quasi interamente la martoriata città. Il giovane Vittorio, dopo non molto tempo dal suo arrivo nella nuova patria, riuscì ad imboccare e quindi a percorrere professionalmente fino in fondo – dopo i soliti difficili inizi – la strada della fotografia e quindi del disegno artistico; senza aver avuto alcuna formazione scolastica o di mestiere preliminare, ha precisato il prof. Choko, che ci ha presentato il dalmata Fiorucci come un uomo senza legami col passato. Il conferenziere ha molto insistito sulla sprovvedutezza di questo giovane immigrante, che non aveva alcuna formazione scolastica o di mestiere, e che apparve qui, si direbbe, in provenienza dal nulla.
E il periodo di Zara? Ma soprattutto quello di Venezia? La magica, fantasmagorica Venezia, tavolozza di colori e mondo di raffinatezze estetiche. E che celebra inoltre, durante il Carnevale, con le sue inimitabili maschere e con i suoi balli, lo sfarzo del suo glorioso passato imperiale.
Al momento delle domande, da parte del pubblico, al conferenziere, ho voluto per l’appunto fare un accenno a Zara, distrutta dalle bombe, e a Venezia, dove la famiglia di Vittorio si era trasferita, suggerendo che per capire meglio Vittorio come artista e anche come uomo forse occorrerebbe cercare di sapere qualcosa di più sul Vittorio di prima del suo arrivo a Montréal. Ma dalla risposta ottenuta ho capito che, secondo il conferenziere, il giovane Vittorio giunse qui sprovveduto, con pochi studi e senza un vero passato. Eppure in molti che hanno vissuto a Venezia, dove anche la mia famiglia, come quella di Vittorio, si trovò sfollata nel dopoguerra, l’impatto di quella magica città resta per sempre nell’anima. E restano incise anche le foibe (a Zara, invece, vi furono gli annegamenti con una pietra al collo), le bombe alleate e le incursioni tedesche, e i tanti massacri che avvennero nelle nostre terre del Nord Est con l’avanzata del conquistatore slavo.
Vittorio, figlio di Rosina Principi e di Lodovico, guardia costiera, sognava di diventare uno scrittore. Ma, una volta in Canada, l’oggetto della sua passione creativa si metamorfosò, passando dal messaggio fatto di parole al messaggio fatto di linee, forme geometriche e colori che prescindeva dalle tante lingue qui parlate e scritte. Semplicemente non c’era avvenire per chi scrivesse in italiano. Dopo i primi lavoretti, o se vogliamo lavoracci, in campi disparati, dettati dalla necessità di sopravvivere, Vittorio s’improvvisò fotografo e quindi disegnatore, grafico, illustratore, cartellonista, facendosi ben presto notare per le sue grandi capacità artistiche.

L’impronta stilistica di Vittorio Fiorucci è immediatamente riconoscibile. Fortemente geometriche, sempre essenziali, le sue creazioni grafico-pittoriche, dalle vivaci tinte «aplat» (a tinta piatta, o fondo pieno, ossia con aree colorate senza gradazioni del colore all’interno dell’area), conquistano al primo colpo d’occhio. Ecco perché i committenti della sua arte provenivano dagli ambienti più disparati della cultura e del commercio.
Di Fiorucci molti ricordano l’insegna che identificava le boutique di abbigliamento “Le Château” e nella quale taluni ravvisavano un messaggio erotico stilizzato. La mascotte Victor del festival “Just For Laughs” era una sua creazione. Manifesti e illustrazioni per conferenze, riviste, libri e réclame di ogni sorta: le creazioni di Vittorio costellavano come stelle la Montréal e il Québec di allora.
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