Il tema della XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (19–25 ottobre 2026), da poco trascorsa, è stato “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano”.
Bisogna dire, purtroppo, che l’ “ideare, progettare, creare con l’italiano” non sembra essere, in Italia, tra le preoccupazioni né dei governanti né degli intellettuali né del popolo. Per loro la lingua geniale è l’inglese, la lingua dei nostri liberatori. E bisogna dire che la lingua inglese mette spesso in difficoltà chi, essendo di lingua madre italiana, cerca di padroneggiarla. Ci si rende infatti conto che vi è una moltitudine di parole inglesi che sono intraducibili con un unico termine italiano. Un esempio: impeachment che andrebbe reso con: “Messa in stato di accusa di un pubblico ufficiale o di un membro del governo”. Vi è dumping: “La vendita all’estero di una merce a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato interno e anche una vera e propria esportazione sotto costo”. Vi è anche rating: “Valutazione del grado di affidabilità e solidità finanziaria di una società o di uno Stato sovrano effettuata usualmente da agenzie specializzate”.
Vi sono anche racket, mugging, whistleblower, ecc… La lista è lunga. Io credo che i traduttori conoscano bene il divario esistente tra le due lingue a causa di certi termini traducibili dall’inglese in italiano solo ricorrendo ad una locuzione. Vi è poi la duttilità delle parole inglesi, le quali in certi casi incorporano le preposizioni facendo tutt’uno con esse: trade in, smoke out, drive in, check in, check out, put off, take off, sink in, outsmart, outdo, outshine, ecc. Di fronte a questa realtà linguistica, ci si aspetterebbe che Crusca e affiliati, e gli stessi giornalisti e scrittori e uomini di cultura, tentassero di rinforzare la nostra lingua, anche recuperando termini italiani ormai abbandonati e soprattutto creando dei neologismi. E invece succede il contrario: si accolgono a braccia aperte termini inglesi che rimpiazzano vocaboli italiani fino a quel momento usatissimi e che finiscono invece in discarica. Un solo esempio basterà: assassino, uccisore, omicida, sicario, rimpiazzati da killer.

Ma non tutti condividono il mio pessimistico giudizio. Il Libro dell’Anno Treccani vede un chiaro segno di buona salute nei numerosi anglicismi entrati nell’uso comune negli ultimi anni. L’opinione della linguista Elena Bacchilega della Zanichelli è intrisa anch’essa di positività e di ottimismo: “Una lingua è viva quando incorpora nuove parole. E la lingua italiana è vivissima”. Il creatore di Frankenstein avrà forse a suo tempo vantato in termini simili la sua strana creatura, che però non ebbe una vita lunga.
Grazie a questa incorporazione di nuove parole, negli articoli dei giornali troviamo i pressing (pressioni) della Meloni su Putin e quelli della Schlein sulla Meloni, la quale è indaffarata nella spending review (revisione della spesa); e ci confrontiamo con i tanti play-offs (partite a eliminazione, spareggi) nel basketball (pallacanestro) e nel volleyball (pallavolo). Nei nostri giornali troviamo i panel dei think tank e il restyling delle strade italiane che tutte ormai portano a Washington dove il tycoon manipola i nostri dazi; i quali linguisticamente sopravvivono nonostante la crescita delle tariff del tycoon. Sono tanti gli step della nostra lingua diretta al rush finale lungo la strada in discesa dell’anglofonia, dove capita d’incontrare talvolta i flash mob. Intanto a Garlasco, location privilegiata dei talk show italiani, la triste storia di Chiara Poggi non fa che generare nuovi spin off.
La tendenza ad agire da sciuscià si direbbe che sia insopprimibile in Italia. Boss è un’altra di queste parole tuttofare inglesi che hanno cercato di falcidiare, riuscendovi in parte, la ricchissima nomenclatura in campo criminale, dove la lingua italiana non aveva lezioni da ricevere da nessuno. Con rispetto parlando.





