
Nella mia stanza campeggiano sul pavimento tanti libri impilati in oscillanti costruzioni pronte a crollare a un passaggio avventato. È il mio personale tsundoku, una parola giapponese che indica l’abitudine di accumulare libri, talvolta senza leggerli. Li osservo nella varietà dei temi; è come sapere di avere amici pronti a conoscermi, a interagire con me. Ognuno di essi custodisce una voce in attesa, una promessa di incontro che non reclama, non impone, ma permane, come un respiro sospeso. Vivere circondati dai libri non letti è un atto di fiducia nel tempo. È dire al mondo che la conoscenza non è un trofeo da possedere, ma un paesaggio in cui sostare. I volumi che non ho ancora aperto mi ricordano che l’universo è più vasto di me, che l’intelligenza si misura anche nel riconoscere i propri confini. Tsundoku non è sterile accumulo, è attesa: è lasciare che la parola stampata finisca per adottarci, che l’idea di sfiorarla maturi in noi fino a rendersi necessaria. Talvolta, passando accanto a una pila bilicante, il dorso di un libro mi chiama.
Non so perché proprio quello, e perché in quel momento. È un richiamo muto, simile a quello degli amici di infanzia ritrovati dopo anni, quando si scopre che il legame con loro non è mai cessato, anzi, si è fatto più profondo. Allora lo apro, con un gesto quasi rituale, come si solleva il coperchio di un piccolo scrigno. E lì, tra le righe, qualcosa mi riconosce. Viviamo in un tempo che confonde la conoscenza con la rapidità, che misura il sapere in termini di aggiornamento, e non di sedimentazione. Eppure, leggere non è correre: è abitare la lentezza, concedersi di non capire subito. È lasciare che una frase scenda nel profondo e resti lì, a lavorare in silenzio. I miei libri impilati mi ricordano che il sapere non è una linea retta ma un cerchio, o meglio, una spirale che ogni volta ritorna più in alto. Ogni pila, sul pavimento, è una forma del mio disordine interiore e, insieme, del mio desiderio di conoscenza. In esse si confondono saggistica e poesia, filosofia e romanzo, musica e silenzio.

Il caos librario è il mio paesaggio mentale, la mia geografia affettiva. Ordinarlo significherebbe impoverirlo. C’è una dolcezza nel non sapere esattamente dove si trovi un titolo, nel doverlo cercare, sfogliando altri libri, come se la conoscenza fosse un labirinto, e non un archivio. Forse, in fondo, tsundoku è una metafora della condizione umana: vivere tra infinite possibilità, consapevoli di non poterle esaurire. I libri che non leggerò mai restano promesse, e ogni promessa ha un suo valore: apre lo spazio dell’immaginazione, della curiosità, del possibile. Quando la sera spengo la luce, intravedo le sagome delle pile contro il buio. Sembrano torri, o altari. In quell’ombra mi rassicura sapere che, anche nel silenzio, le parole dormono e vegliano con me. Non sono soltanto oggetti: sono la prova che, nonostante tutto, continuo a credere nel Pensiero, nella Bellezza, nella potenza della voce scritta che, prima o poi, saprà chiamarmi per nome.





