
Se ci fosse oggi un vaso di Pandora, troveremmo ancora la Speranza? A volte, temo che la bellissima custode dei funesti doni di Zeus l’avrebbe fatta uscire definitivamente dal suo scrigno, disperdendola in un ineffabile altrove. Perché davanti al sonno innaturale dei bambini vittime di ogni guerra non riesco a scorgere la possibilità di un’alba nuova. I tristi Signori delle armi hanno trascinato il non-ancora dei bambini nella sulfurea ingiustizia di un Ade intempestivo. Li hanno addormentati in profondità ctonie, davanti alla nostra ignavia. Cosa è lecito sperare?, si chiede Kant criticando la Ragion Pura. Formulerebbe ancora questa domanda davanti all’evaporazione di ogni orizzonte del possibile, davanti allo scempio del non-ancora-essere di un bambino? Che significa sperare? È un agire oppure un aspettare? È andare a sporcarsi le mani di fango e sangue, per me unica forma di “poesia’’ possibile, come fanno i Medici Senza Frontiere, oppure è attendere trepidanti l’intervento di un deus ex machina? Aveva ragione Nietzsche, quando vedeva nella Speranza un incancrenirsi dei tormenti umani, l’eterno ritorno di una sofferenza legata al nostro Essere nel mondo. Forse dovremmo pensare come Isidoro di Siviglia, che togliendo una “esse’’ alla parola latina “spes” otteneva (fantasiosamente) pes, quel “piede’’ che mette la Speranza in movimento, la rende proattiva, e non già in passiva attesa di un evento provvidenziale. Perché credo che sperare debba profumare di responsabilità, di punti di domanda che inducano al fare, al dovere del possibile, del vivere autenticamente nel progetto di essere non solo nel “qui e ora’’, ma nel domani.

Oso spingermi a pensare che la Speranza potrebbe paradossalmente beneficiare di quel tocco di disperazione che conduce il disperante ad agire, a reagire, a pensare che le cose dovrebbero essere diverse. La Speranza, allora, potrebbe essere non più una tenue luce in fondo al tunnel, ma la bruciatura viva della coscienza, il fremito inquieto di chi non può più accettare il mondo così com’è. Mi immagino una sacrosanta disperazione: non quella che paralizza, ma quella che accusa, che denuncia, che strappa il velo delle illusioni. Ché non c’è nulla di più sacro della disperazione di colui che non può permettersi di sperare nel senso banale del termine. Sperare, per chi ha perso tutto, non è più attendere, ma rivoltarsi. Il non-ancora dei bambini non invoca ottimismo, ma onestà radicale. Ci chiede di non addolcire l’orrore con parole concilianti o con trite poesie sui media sociali. Ci chiede di riconoscere che la Speranza, se deve esistere, non può più essere consolatoria, ma tragica, militante, incarnata. È il gesto della madre che partorisce sotto le bombe, del padre che racconta una favola in una lingua che sta scomparendo, del bambino che ancora disegna un sole giallo tra le macerie. È in questi atti disperanti che la Speranza si fa concreta. E non per cambiare il mondo, forse. Ma per rifiutare di accettarlo così com’è. E già questo, oggi, è un atto rivoluzionario.
Benvenuto in Italia, Adam.





