In occasione del cinquantenario della morte di Pasolini – fu ucciso il 2-11-1975 – si è udito l’abituale coro di lodi che tranquillamente lo elevano a simbolo della coscienza morale del Paese.
“Pasolini era un eretico, un critico, un ribelle e soprattutto uno spirito libero”, è il giudizio che va per la maggiore. Sì, Pasolini – scrittore, poeta, regista – è stato questo ed altro ancora. È stato un intellettuale geniale, gran moralista, nemico della frenesia consumistica. È stato vicino sia alla chiesa cattolica sia alla chiesa comunista. Ma da eretico. Si considerava un po’ il nuovo Dante, e tendeva a parlare continuamente di se stesso, venendo per questo accusato di autoreferenzialità. Visse in maniera ossessiva la propria omosessualità. Figlio di borghesi, considerava la piccola borghesia la rovina del mondo, mentre solo i proletari, i poveri, i primitivi, possederebbero, secondo lui, una vera umanità.
Il suo sguardo nostalgico sul mondo contadino, minacciato dal rullo compressore della modernità, pone il comunista Pasolini a fianco dei cultori dei valori della tradizione, tutti di destra. Suo padre, del resto, fu fascista. Il fratello, partigiano comunista, fu giustiziato dai comunisti filojugoslavi. Contro il padre, con cui ebbe sempre un rapporto difficile, Pier Paolo si rifugiò nella corazza del mammismo. “Sono capace di provare amore solo per mia madre, negli altri cerco i corpi”, fu la sua spiegazione.
Le contraddizioni di Pasolini sono vaste: benché comunista, si schierò in difesa del feto contro l’aborto, fu contro il divorzio, prese posizione a favore dei questurini contro i manifestanti, figli di papà. Pasolini, che si proclamava marxista – e in quell’epoca era necessario dichiarare di esserlo per sentirsi col vento della storia nelle vele – usò i termini “fascismo” e “male” in maniera interscambiabile, erigendosi a costante difensore del bene. Denunciò, quindi, “il fascismo degli antifascisti”. Attraverso questo suo brevetto sul fascismo – considerato non più un fenomeno storico ma “sic et simpliciter” il male assoluto – di cui fu l’abile inventore, Pasolini cercò di superare le sue contraddizioni politiche e morali, tanto che inghirlandò di politica e di moralismo, a beneficio delle platee progressiste, i suoi aberranti fantasmi sadomasochisti. Vedi il film “Salò”.

Pasolini, che aveva molto dell’esteta decadente, odiava però D’Annunzio, di cui, per certi versi fu invece un paradossale successore. All’amante immorale e dissoluto di donne dell’alta società, che era stato D’annunzio, subentrò l’austero moralista Pasolini, cliente insaziabile di giovani marchettari che accostava alla guida della sua Alfa Romeo GT.
Per anni, la sinistra ci lo ha presentato D’Annunzio come un autore decadente, ammalato d’estetismo torbido e di retorica, afflitto da sentimenti esasperati d’amor patrio, esaltatore della guerra, antistorico cultore della grandezza di Roma e di Venezia. In lui certamente troviamo il pericolo della sontuosità retorica e dell’estetismo decadente. Ma, fatto quasi unico nella storia degli uomini di lettere aspiranti superuomini, D’Annunzio tradusse le parole in azione dimostrando quanto vere fossero quelle sue parole dalla patina antica, animate da ritmi fascinosi, impreziosite da immagini sontuose, che esaltavano l’eroismo.
La sua fu come un’esplorazione dei confini dell’anima nazionale, che voleva ampliare in nome anche della vocazione universalistica di Roma. Il tutto, invece, finì con il restringimento degli orizzonti nazionali, in seguito alla tragica seconda guerra mondiale che operò il capovolgimento dei valori ai quali egli si era ispirato, e che comportò la perdita delle terre adriatiche; a lui e a noi tanto care.
Oggi che abbiamo sotto gli occhi il teatrino quotidiano popolato dai retori sgangherati di un’Italia decaduta, noi, esuli della Venezia-Giulia e della Dalmazia, rimpiangiamo non il progressista-reazionario Pier Paolo Pasolini, ma Gabriele D’Annunzio, vate e uomo d’armi, cui rimarremo nell’animo per sempre fedeli.





