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Parole a destra e a sinistra

Sono appena tornato da Roma, sempre più ologrammatica, sfocata, da miraggio desertico. Sul volo per Montreal ho parlato a lungo con un anziano signore di Cassino, anch’egli di ritorno in Canada dopo una visita ai suoi famigliari italiani. Una conversazione semplice, di quelle che nascono quasi per caso e finiscono, senza accorgersene, per parlare del futuro.  Provo a riportare il dialogo.

 

— Lei come lo vede, il futuro?

— Mah.. non tanto bene. La gente è stanca. E quando la gente è stanca, prima o poi cambia idea.

— Di che cosa è stanca?

— Di tante cose. Del lavoro che manca, dei giovani che se ne vanno, delle pensioni, delle tasse, della sicurezza. E poi…non so come dirlo… della sensazione che ormai decidano sempre gli altri.

— Chi sono questi “altri’’?

— Quelli che comandano. Quelli che stanno a Roma, a Bruxelles, nei giornali… Non lo so. Ma uno sente che la propria opinione conta sempre meno.

— E, secondo Lei, chi parla oggi a questa gente?

— La destra, mi pare. Parla semplice. Dice: prima vengono gli Italiani. Dice che bisogna difendere i confini, che non possiamo accogliere tutti. Dice che oggi bisogna fare un’attenzione esagerata a come si parla. E la gente capisce. Prenda Vannacci. Quello parla come parlano molti al bar. Dice cose che magari uno pensa e non dice.

— E perché, secondo Lei, la gente ha bisogno di sentirsele dire?

— Perché si sente presa in giro. Una volta potevi dire che una cosa non ti piaceva. Adesso devi stare attento. Devi pesare le parole. Devi dire tutto nel modo giusto. La destra dice: «Non vergognarti di quello che pensi».

— E la sinistra?

— La sinistra ormai parla un’altra lingua. Parla di cose che uno vede in televisione, sui giornali, su internet. Diritti, identità, inclusione… Tutto bello. Ma mia moglie, quando va dal medico, vuole trovare il medico. Mio nipote vuole un lavoro. Io voglio poter uscire la sera senza avere paura. Questa è la realtà.

— Quindi pensa che la sinistra non si occupi più delle persone?

— Non dico questo. Dico che non sembra più parlare come noi. Come parlavamo una volta. Lavoro, casa, pensioni, scuola, ospedali, sicurezza. E anche Italia.

— Ma non pensa che parlare troppo di nazione possa diventare pericoloso?

— Certo che può. Tutto può diventare pericoloso. Anche la religione. Anche la politica. Ma mica per questo butti via tutto. Io non voglio che gli altri se ne vadano. Voglio solo che non ci dimentichiamo di noi.

— E, secondo Lei, perché la sinistra ha difficoltà a dirlo?

— Perché ha paura di sembrare di destra. Così lascia alla destra tutto quello che riguarda l’Italia.  La patria, i confini, la sicurezza, la tradizione. 

— E allora che cosa rimane alla sinistra? (L’anziano rise)

— Lei me lo chiede? Me lo dica Lei.

— Io sto cercando di capire cosa pensa Lei.

— E io penso che se uno non ascolta la gente, poi la gente ascolta qualcun altro.

 

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Tacqui. Mi tornò alla mente Gramsci. Non la parola «egemonia», che sarebbe stata troppo grande per quella conversazione, ma qualcosa di più semplice: il rapporto fra chi pensa e chi vive, fra chi pretende di guidare una società e chi deve sentirsi riconosciuto da quella società. — Secondo Lei, la destra ascolta meglio?

— Oggi sì.

— E questo significa che la destra ha ragione?

— No. Significa che ha capito che la gente vuole essere ascoltata.

— E la sinistra potrebbe recuperare?

— Se smettesse di parlare alla gente come se fosse scema. (Sorrise). E se tornasse a parlare delle cose vere.

— Quali? ( Ci pensò).

— Di come viviamo. Di come lavorano i nostri figli. Di quello che succede nei quartieri. Di quello che perdiamo. Di quello che vogliamo lasciare ai nipoti. E senza vergognarsi di dire «noi».

Fuori era già sera. Roma, che avevo lasciato da poco, mi tornò per un istante davanti agli occhi. Pensai che forse quella semplice parola, noi, contenesse una parte del problema politico del nostro tempo. Un «noi» può diventare chiusura, esclusione, persino fanatismo. Ma senza un «noi» non esiste neppure una comunità politica. E se la sinistra lascia che sia la destra a definire che cosa significhi «noi», non perde soltanto le elezioni: rischia di perdere il linguaggio attraverso cui un popolo pensa se stesso. Forse è qui che comincia la vera domanda gramsciana. Non chi ha ragione. Ma chi ascolta abbastanza profondamente il popolo da poterlo accompagnare verso un’idea più alta di se stesso.

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