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Parlando del Canada…

Non è stato un bel martedì, quello della settimana scorsa. Avevo quasi la valigia in mano, pronto a partire per Montréal, ma gli astri non erano dalla mia parte. Esco di casa di buon’ora per una visita dal medico, ma, al momento di farmi la ricetta, cominciano i guai. Mi mandano in un altro ufficio e, dopo quasi tre ore di attese e trafile, il verdetto: devo andare fino a Termoli per ritirare il farmaco. Torno a casa sfinito, imprecando contro un sistema sanitario che, in Molise, sembra ormai un ricordo. E mi chiedo chi sia stato il ‘‘genio’’ che ha ideato una procedura così assurda. Nemmeno a casa le cose vanno meglio. Ci sono problemi con l’installazione delle telecamere: il tecnico mi fa domande a cui non so rispondere, e la frustrazione aumenta. Poi mi ricordo della partita di ritorno a San Siro, Inter-Barcellona. Mi piazzo davanti al televisore con il gatto Mitaine — mezzo romano, ma con una certa dimestichezza col francese — che mi fa compagnia. L’Inter, come da copione, parte forte e va sul 2-0. Ma conoscendo gli uomini di Inzaghi, e soprattutto lo squadrone che hanno di fronte, la partita è tutt’altro che chiusa. Infatti, i blaugrana pareggiano e all’87’ Raphinha firma il sorpasso. Penso: “È la solita Inter.” Non spacco il televisore, ma lo spengo e me ne vado a letto. Prima, però, do un’occhiata veloce al computer. Non credo ai miei occhi: vedo 3-3. Corro a riaccendere il televisore. Tempi supplementari, solite sostituzioni, un guizzo di Thuram e Frattesi segna il 4-3. Lo stadio esplode, e lui, per l’emozione, rischia quasi l’infarto. Dopo due anni, l’Inter torna in finale di Champions League. E forse, stavolta, la musica sarà diversa. Almeno è ciò che sperano tutti gli interisti.

 

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Parlando del Canada…

A volte ho l’impressione di vivere ancora in Canada. Nel mio paese e in tutta la regione del Molise, quasi tutti sono emigrati in Canada e molti di loro, dopo qualche anno, sono tornati in Italia. La maggior parte, però, è rimasta e, secondo un mio calcolo, tra Montréal e Toronto, vi sono almeno cinque mila montoriesi o di origine montoriese. Parliamo ormai di seconde e terze generazioni. La prima ondata migratoria è quasi del tutto scomparsa senza riuscire a realizzare quel sogno tanto coltivato: tornare un giorno nella propria regione, dopo anni di sacrifici. Con un po’ di amarezza, tra tasse e burocrazia, hanno finito per vendere, donare o semplicemente abbandonare le vecchie case di famiglia e quei piccoli appezzamenti di terra che magari i nonni avevano acquistato dopo essere emigrati in Nordamerica. I loro nipoti, cresciuti ascoltando storie di un paese lontano e misterioso – il paese dei genitori, dei nonni – hanno iniziato a tornarci. All’inizio solo per curiosità: una visita veloce, una richiesta al Comune per un certificato di nascita, una passeggiata tra le vie del paese. Poi via, verso Roma, Firenze, la Costiera Amalfitana o la Sicilia. E, inevitabilmente, si sono innamorati dell’Italia. Negli ultimi anni, almeno nel mio paese, il trend si è rafforzato: molti di loro, ignorando le complicazioni della vita italiana, stanno acquistando case e uliveti a prezzi irrisori. Alcuni non conoscono nemmeno il dialetto. Per l’estate ormai alle porte, si prevede l’arrivo di almeno duecento montoriesi-canadesi per una vacanza: genitori non più giovanisasimi, figli e nipoti. Una ragazza, ed è il secondo caso in pochi anni, ha deciso addirittura di sposarsi qui, invitando una trentina di amici dal Canada. È sempre stato il mio sogno sposarmi nel mio paese e adesso spero che lo farà almeno uno dei miei sei nipoti canadesi. E ricordo ancora quei matrimoni di una volta, negli anni ’50, quando gli sposi uscivano dalla chiesa tra il lancio di confetti e monete da 50 o 100 lire, e noi bambini ci lanciavamo a raccoglierle come Zoff o Zenga tra i pali della porta. E se avevamo la fortuna di afferrarne una, scattavamo al negozio di alimentari per comprare caramelle o quei biscottini a forma di pesce che avevano il sapore della festa.

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