Papa Francesco, con il suo agire, ha elevato la semplicità e l’umiltà a virtù supreme. Questo Papa si è voluto fare piccolo per avvicinare la Chiesa agli uomini, cattolici e non cattolici, ossia al mondo d’oggi. Ai suoi atteggiamenti di semplicità, umiltà, disponibilità e apertura, si sono accompagnati, però, atteggiamenti di disdegno verso i tradizionalisti. In effetti Bergoglio, che ha voluto essere il Papa di tutti, ha avuto un effetto divisivo tra i cattolici.
Questo Papa molto alla mano, al contatto del quale ci si sentiva quasi come se Sua Santità fosse un vicino di casa – questo è stato il giudizio di molti su di lui – è stato loquace, combattivo, molto mediatico e disposto alle dichiarazioni estemporanee e agli atti sorprendenti. Il Sommo Pontefice, proprio perché è voluto divenire quasi uno di noi, ha fatto perdere qualcosa alla ieratica solennità, sacralità e trascendenza che possedeva il seggio di Pietro.
Occorre dire che la Chiesa di Roma, se vedesse diminuita la sfera dei suoi riti, dei suoi simboli e del suo splendore anche artistico, vedrebbe impoverita la sua anima, perché “non c’è sostanza senza forma”. E la forma della Chiesa, vale a dire la sua solenne “messa in scena”, le sue regole e i suoi riti fanno parte della sua stessa sostanza, fatta di sacralità e di mistero.

Questo Papa globalista ha dimostrato scarse simpatie per l’Occidente, mentre è stato fautore di un’apertura totale al terzo mondo e ai migranti. I quali sono stati i suoi prediletti, insieme con i poveri e i carcerati. E, a dire il vero, noi, non rientrando in una di queste categorie, ci siamo sentiti un po’ messi da parte. Ci siamo insomma sentiti gli ultimi.
Papa Bergoglio non si è stancato di lanciare strali contro la Nazione e il suo governo, rifiutando il precetto del “dare a Cesare quel che è di Cesare” e facendo invece anche lui il politico.
Io ritengo che la Nazione debba diffidare dell’utopia che vorrebbe un’umanità totalmente unificata, e debba opporsi al progetto mondialista d’abbattimento delle frontiere per attuare una miscelazione di culture e di popoli. La Nazione, benché accusata di ogni male, ha una nobile base di solidarietà e di altruismo. L’amore per la Nazione non è d’ostacolo ad un allargamento della propria coscienza e del proprio operato. Mazzini ha detto: “Lavorando per la patria, lavoriamo per l’umanità”.
La globalizzazione, e un certo ecumenismo velleitario che mira a unificare i credi religiosi più disparati, poggiano sull’idea che i gruppi umani e gli individui siano interscambiabili. L’ homo sapiens ha certamente il carattere dell’universalità, ma un tal uomo esiste solo in astratto. L’individuo calato nel mondo è invece un “homo socialis”, ossia un essere condizionato dalla cultura e dalla storia, sue proprie e da quelle del raggruppamento, comunità, Nazione cui egli appartiene. Di qui le tante divisioni tra gli uomini.
“Pace! Pace! Dalle guerre nessuno esce vittorioso!” è il persistente ammonimento che udiamo. Dovremmo allora convincere i nativi americani, i quali oggi vivono nelle riserve, che i bianchi europei non sono usciti vincitori dalla guerra di sterminio condotta contro di loro, ma che è stato semplicemente un brutto sogno.
“Aboliamo i confini e le nazioni, distruggiamo i muri, apriamo porte e portoni! Bandiamo le armi”. Questo è un invito papale che andrebbe accompagnato, coerentemente, dallo smantellamento delle stesse mura vaticane, dall’abbattimento dei suoi portoni e dalla smobilitazione delle guardie svizzere. Ma noi speriamo che cilò non avvenga mai.





