
ai loro genitori
A Venezia rimanemmo da sfollati circa due anni. Laura è la vera protagonista di questi miei scritti ma non posso impedirmi di parlarvi di me e della dura educazione che ricevetti da bambino. E che anche lei ricevette, ma in maniera alquanto attenuata.
Avevo 4 anni o forse 5 anni; mia madre si accorse che stringevo nella mano un oggettino che apparteneva a uno dei bambini con cui, insieme a Laura, giocavo in cortile. Dopo avermi severamente rimproverato, i miei genitori restituirono il maltolto ai genitori del bambino, obbligandomi a chiedere loro scusa. Ma la cosa si ripeté: avevo sottratto, questa volta, un minuscolo uccellino di vetro che un povero bambino infermo aveva nella sua stanza, insieme a tanti altri giocattoli tra cui un alberello di vetro con dei minuscoli uccellini appollaiati. Io mi recavo qualche volta da lui, che giaceva costantemente a letto, a tenergli compagnia. E rimanevo abbagliato da quelle che per me erano delle grandi ricchezze: i suoi giocattolini in vetro dei più diversi colori.
Di fronte alla mia recidiva, i miei corsero ai ripari. Decisero di condurmi al posto di guardia del centro raccolta profughi dell’istituto Foscarini dove risiedevamo. E lì mi consegnarono mani e piedi ai due uomini armati e in divisa che vi si trovavano, probabilmente agenti della Pubblica Sicurezza; i quali sembravano aspettarmi. Si svolse quindi un processo contro di me. Subito dopo le dure accuse dei miei per i due furti da me commessi, fui immediatamente ammanettato, trascinato via, e rinchiuso in una cella provvista di robuste sbarre che era annessa al posto di guardia dove ci trovavamo. I miei genitori avevano incontrato prima i questurini e avevano concordato con loro una feroce commedia educativa sotto forma di processo e di condanna immediata del ladruncolo.

Immediatamente dopo il mio imprigionamento, mamma e papà mi salutarono – io ero dietro le sbarre – e rapidamente scomparvero infilandosi nell’oscuro corridoio sotterraneo del Foscarini che, imboccato prima da noi in senso contrario, ci aveva condotti fin lì. Ma dovettero ritornare perché richiamati dai due questurini allarmati: ero in preda a pianti e a convulsioni. Stentarono molto a calmarmi. Avevo subito un vero trauma. Si accorsero di aver esagerato.
Quella lezione funzionò. Ecco perché oggi posso dire: il “Non rubare!” riguarda tutti. Concordo con Filippo Facci de “Il Giornale”: “La vicenda delle due nuotatrici che hanno rubacchiato all’aeroporto di Singapore può insegnare molte cose, sempre che si voglia impararle. Una è che rubare è un reato, e non solo a Singapore”. E infatti, ai miei tempi, anche a Venezia rubare era un reato. Ma non certo oggi con i continui borseggi compiuti a man salva da ragazze Rom originarie dell’Est Europa.
Il considerare “bambino” addirittura un intero popolo, come succede in Italia nei confronti dei Rom, costituisce un grave errore educativo. Nel giudicarli irresponsabili si dà prova in definitiva di razzismo. Un razzismo indulgente e buonista ma pur sempre razzismo. E in conseguenza anche di questa assurda indulgenza verso i borseggiatori, io di recente a Roma dove mi trovavo, giunto dal Canada per la celebrazione del decennale della morte di Laura (22-06-2015) cui dovevo partecipare a Ladispoli, ho pagato un ingiusto prezzo: sono stato il bersaglio di due tentativi di borseggio, attuati in maniera quasi violenta. Gli autori, anzi, le autrici? Le solite borseggiatrici Rom, che seguono la loro antica vocazione e imperversano attraverso l’Italia, in particolare a Roma e a Venezia. Quella Venezia in cui io, allora bambino, cambiai vocazione.
Proprio in quegli anni Benjamin Spock sovvertiva, diventando ricco e celebre, l’efficace metodo educativo dei miei genitori. Spock proponeva per i figli metodi anti autoritari, flessibili, permissivi, improntati all’indulgenza. Un’indulgenza di cui io non beneficiai in quell’aula di tribunale-prigione e che nel corso di un’intera vita ho concesso spesso agli altri ma mai a me stesso.





