Manovra, guerre e proteste: un weekend agitato
In Italia stiamo vivendo il dramma della manovra fiscale e i violenti scontri, ormai quotidiani, tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del PD Elly Schlein. E qualche volta Carlo Calenda, fondatore di Azione, ci azzecca. Ha infatti dichiarato che, invece di litigare, dovrebbero cominciare a pensare alle cose serie di cui il Paese ha davvero bisogno. Sulla scena internazionale, invece, in prima pagina c’è solo e soltanto il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Dopo lo show della firma della pace — o meglio della tregua — tra Israele e Hamas in Egitto, a Sharm el-Sheikh, e dopo un certo disgelo, Israele ha ricominciato a cannoneggiare. Trump è dovuto intervenire con tutta la sua autorità. Gli ostaggi sono stati rilasciati, ma la pace resta lontana.
Dopo questa giornata di gloria per il Presidente americano, il fine settimana non è stato tranquillo: sette milioni di americani sono scesi in piazza in 2600 città per protestare contro di lui. Sarebbe finito con una lite, invece, l’incontro tra Trump e il Presidente ucraino Zelensky. Il leader repubblicano gli avrebbe suggerito — o imposto — di cedere il Donbass a Putin, se non vuole essere distrutto. Anche qui, la pace sembra lontana. Putin avrebbe messo gli occhi su altre quattro regioni dell’Ucraina, ma per conquistarle dovrebbe continuare la guerra per altri cinque anni.
Brutto weekend anche per napoletani e juventini, che ora devono guardare il Milan in testa alla classifica. Sicuramente sarà contento Allegri, un po’ meno gli altri. Chiudiamo con la Formula 1 e il terzo posto della Ferrari: per la Rossa e i suoi numerosi tifosi resta comunque un anno da dimenticare. A salvarci il weekend ci ha pensato Sinner, che ha finalmente battuto lo spagnolo Alcaraz. E credo che abbiamo goduto più noi che lui.

Il lavoro… stanca
Ottobre nel Sud Italia. Tutti a raccogliere le olive: quasi tutti hanno delle piccole piantagioni. Molte sono ormai abbandonate, ma c’è ancora chi resiste.
Tanti vivono fuori regione e tornano al paese in questo periodo, aiutati da familiari — chi ancora li ha — oppure si ammazzano di fatica per portare a casa cinquanta o cento litri d’olio per la famiglia, i parenti e gli amici. A proposito di fatica: domenica mattina incontro un amico per il solito caffè. Pur essendo un professionista, in questa stagione spesso raccoglie le olive. Gli chiedo, quasi per curiosità, che fine abbiano fatto i raccoglitori di olive, visto che quest’anno i proprietari di uliveti sono disperati perché non trovano personale. Mi guarda sorpreso e, quasi tirandomi le orecchie, mi dice sottovoce: “Ormai è un lavoro che non vuole fare più nessuno, perché stanca.” Non gli ho risposto, ma ho iniziato a pensare. E la mente mi è andata agli anni ’50, quando ero un ragazzino: allora le olive venivano raccolte soprattutto dalle donne. Salivano sulle scale, munite di grembiule, e le raccoglievano a mano. Spesso, a causa del maltempo, si arrivava a raccogliere le olive ancora ai primi di dicembre, con la nebbia.
desso, certo, abbiamo fatto dei progressi. Prima hanno inventato una specie di mano di plastica per far cadere le olive sul telo ai piedi della pianta, poi sono arrivati i compressori con gli abbacchiatori, quindi quelli a batteria, e infine l’ultima diavoleria: una macchina che scuote i tronchi degli ulivi. Ma funziona solo per gli uliveti giovani, non per quelli piantati dai nostri nonni o bisnonni. E così il problema rimane e il costo della manodopera aumenta di anno in anno. Quasi dimenticavo: oggi i raccoglitori vogliono uliveti in pianura, mentre i nostri sono quasi tutti in collina o in posti ritenuti scomodi. Così i piccoli proprietari, ormai disperati, accettano condizioni capestro: il raccolto viene diviso al 40% per il proprietario e al 60% per chi raccoglie. Ecco perché oggi vediamo tanti uliveti, grandi e piccoli, abbandonati. E ci piange il cuore.





