Il giornale italiano 1° in Québec e in Canada

ULTIM'ORA ADNKRONOS

Lo spettacolo della morte

Amministrare l’esecuzione capitale davanti agli occhi terrorizzati della folla aveva, un tempo, lo scopo di ristabilire un ordine che il colpevole aveva osato sovvertire. Che si trattasse di un malvivente comune o di un dissidente, di una strega o di un eretico, il supplizio pubblico rappresentava la sovranità di un potere che poteva deliberare sulla nuda vita di un essere umano. Attraverso la teatralizzazione della messa a morte, lo sguardo spaventato della folla poteva interiorizzare la paura di un potere in grado di disporre di un corpo. È stato poi con la modernità che la pena si è fatta, per così dire, discreta, consumandosi tra le mura delle istituzioni carcerarie e sottraendosi, almeno apparentemente, alla vista della carne arsa o maciullata, esposta un tempo all’orrore della folla. Eppure, nei giorni scorsi, l’ipotesi di un ritorno alla macabra atmosfera della morte pubblica ha fatto irruzione nella cronaca: il governo americano aveva preso in considerazione la possibilità di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione capitale di un militare condannato per aver ucciso tredici persone nella base di Fort Hood, in Texas, nel 2009. La decisione di procedere alla trasmissione è stata successivamente revocata. La morte non sarà dunque consegnata, almeno in questa circostanza, alla fruizione diretta di un pubblico collegato a uno schermo. Ma la rinuncia alla diretta non esaurisce la questione. Al contrario, l’idea stessa che una simile possibilità sia stata presa in considerazione merita una riflessione che va ben oltre il merito della pena capitale, la sua legittimità o la sua eventuale giustificazione. È come se le pietre sporche e annerite della piazza di altri tempi potessero trasformarsi nei pixel di un’interfaccia digitale. Cambierebbe il luogo, cambierebbe la distanza, cambierebbe persino la natura della presenza: non più una folla raccolta attorno al patibolo, ma una moltitudine dispersa, ciascuno al riparo nella propria abitazione, davanti a uno schermo. Eppure, lo sguardo, temo, sarebbe lo stesso. E se non fossimo cambiati? Ammettiamolo: la Morte dell’Altro continua perversamente ad affascinarci.

 

Pubblicità

 

Nell’assistere al soccombere del colpevole, ritroviamo una sensazione di innocenza, di salvezza, di sollievo. Ci sentiamo… purificati. E soprattutto — temo — intrattenuti. La digitalizzazione del patibolo ci riporterebbe a una sorta di bolgia anfiteatrale, a una privata ma non meno selvaggia catarsi davanti alla tragedia dell’esserci. La visione della messa a morte del captivus, del prigioniero del Male, consegnerebbe la folla smaterializzata a un’idea rassicurante e avvincente del Bene. La morte dell’Altro, ridotta a evento da guardare, ci consentirebbe di prendere le distanze dalla nostra stessa vulnerabilità, come se il corpo-condannato, proprio perché designato come colpevole, potesse assorbire in sé tutto ciò che di oscuro e minaccioso appartiene alla condizione umana. Non era, in fondo, questo uno dei compiti del Leviatano di Hobbes? Contenere il lupo che è in noi, instaurare un ordine e una pace attraverso il monopolio della forza e la minaccia della punizione. Ma che cosa accade quando l’amministrazione della morte da parte dello Stato, oltre a presentarsi come ammonimento, rischia di diventare anche perverso nutrimento per la curiosità dei consociati? Quando il potere non si limita a decidere della vita e della morte, ma immagina di poter trasformare la propria decisione in un contenuto da offrire alla visione pubblica? Sì, la revoca della diretta interrompe questa possibilità concreta, ma non dissolve la domanda che essa ha sollevato. Il problema, infatti, non riguarda soltanto la trasmissione di un’esecuzione, né si esaurisce nella valutazione delle intenzioni di chi l’aveva presa in considerazione. Riguarda il confine, sempre più incerto, tra l’evento e la sua rappresentazione, tra la sofferenza reale e la sua conversione in immagine, tra ciò che dovrebbe imporci una riflessione e ciò che siamo ormai abituati a consumare.

 

Con la mediatizzazione della Morte di Stato, la concretezza dell’evento rischierebbe di dissolversi in una rappresentazione intangibile, come se si trattasse di un prodotto di cui godere e che, comunque, tutto sommato, non ci concernerebbe. Sarebbe questo, forse, il paradosso più inquietante: non saremmo più soltanto noi a essere raggiunti dal Leviatano, costretti a riconoscerne la potenza e a temerne il giudizio; saremmo noi a raggiungerlo, a domandargli di soddisfare una curiosità che il potere stesso potrebbe imparare a sfruttare. Potremmo assistere alla morte senza sentirne il peso, vedere un corpo cessare di vivere senza avvertire fino in fondo che quel corpo è quello di un essere umano. E allora, se la decisione di trasmettere l’e-
secuzione è stata revocata, non per questo possiamo considerare chiusa la questione. Resta da chiedersi che cosa acca-
drebbe se un giorno il patibolo tornasse a essere uno spettacolo accessibile a tutti, se la morte amministrata dallo Stato entrasse nelle nostre case non come un evento da interrogare, ma come una rappresentazione da consumare. E mi chiedo: davanti allo schermo, quel giorno, potremmo ancora dirci cittadini chiamati a riflettere, o saremmo semplici spettatori in attesa che un nuovo show cominci?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

NOTIZIE RECENTI

Adnkronos

Pubblicità

Askanews