A conclusione della serie di articoli da me consacrati alla lingua italiana, per la venticinquesima “Settimana della lingua italiana nel mondo” intitolata “Italofonia: lingua oltre i confini”, ritengo opportuno riproporre questa mia recensione fatta a suo tempo al libro dell’indimenticabile studioso Bruno Villata (1936-2022), cui va il mio riconoscente, affettuoso pensiero.
Noi, di origine italiana residenti a Montréal, che lingua parliamo quando, convintissimi di parlare la lingua della penisola, usiamo quel nostro italiano particolare? Mi riferisco alla nostra lingua locale, farcita di parole come: “montante” (al posto di ammontare, somma, importo), basamento (invece di seminterrato, scantinato), camera (al posto di macchina fotografica), colletta (in luogo di raccolta), fermare (invece di chiudere), benevolo (in luogo di volontario); o ancora di termini come plombiere (idraulico), baschetta (cesto, paniere), corno (angolo), fattoria (fabbrica), licenza (patente), pippa (tubo), iarda (orto, giardino, cortile), begga (sacchetto), giobba (lavoro), sciabola (badile, pala), sciomaggio (disoccupazione), fensa (siepe, recinto), moppa (spazzolone, strofinaccio), marchetta (mercato), pusciare (spingere), e così via…
Si tratta dell’“italianese”, ci spiega il docente universitario (Concordia University) Bruno Villata nel suo “L’italianese”; L’italiano comune parlato a Montréal (Montréal: Lòsna & Tron, 2010, 49 p.). Il professor Villata da anni s’interessa, attraverso studi teorici rigorosi e verifiche “sul campo”, all’ “italiano comune parlato a Montréal”. Idioma ch’egli differenzia dall’“italiese” degli Italiani di Toronto e delle altre località nordamericane, dove la lingua italiana ha subito l’influenza soltanto dell’inglese, e non dell’inglese e del francese come qui a Montréal.

La parlata italiana di Montréal è “una parlata adatta alla comunicazione” nel nostro contesto linguistico particolare contraddistinto da due lingue forti: il francese e l’inglese. L’ “italianese” è pertanto una lingua “ricca di voci prese dalle lingue forti”, “assimilate al sistema morfologico italiano mediante l’aggiunta di una vocale finale” (che si pensi a “giobba”).
Questa “favella singolare, che sembra un miscuglio di parole dialettali, italiane, inglesi e francesi quasi sempre uscenti in vocale” è da considerarsi un gergo ridicolo, sprovvisto di logica, di cui non ci resta che vergognarci? Assolutamente no, poiché tale lingua risponde a un bisogno concreto di comunicazione, di comprensione; inoltre sottintende tutta una serie di regole e principi, che Bruno Villata nel suo saggio ci presenta in maniera chiara e coerente.
Molte parole italiane sono scomparse dal nostro vocabolario di trapiantati. Che si pensi a idraulico o ad assegno. Qualche volta sono scomparse, direi io, “per decenza” o, come Villata più diplomaticamente spiega, per “influenza indiretta”: ad esempio, il nostro “sciare” è stato sostituito da “schiare”, visto che “chier” in francese vuol dire tutt’altra cosa… Un’altra influenza del francese sull’italianese: l’uso ridondante da parte nostra, italiani trapiantati, dell’aggettivo possessivo. I francesi specificano sempre il possessivo. Essi diranno, infatti, “Je tenais mes mains dans les poches de mon pantalon.” Noi, in italiano, non sentiamo il bisogno di specificare che le mani sono nostre e che il pantalone anche è nostro, quindi diciamo semplicemente: “Tenevo le mani nelle tasche dei pantaloni”. Ma in Québec, l’influenza della lingua francese ci spinge, anche in italiano, a specificare che le mani e le tasche sono proprio nostre e non quelle di un altro. Il che ci tranquillizza.
Ma le contaminazioni delle due lingue forti sull’italiano non si fermano qui, e Bruno Villata, attraverso la sua scrittura agile e chiara, ce ne propone un’intera serie.
L’interessante studio si conclude con un glossario, le note, un’appendice, e un indice.
Quest’opera, molto valida sul piano linguistico, lo è anche sul piano antropologico, poiché contribuisce a delineare la nostra identità di trapiantati a Montréal, crogiuolo di etnie e di culture. Un’identità ibrida, la nostra, proprio come è ibrido l’italiano che noi ormai parliamo.





