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Lezione sui verbi ausiliari

Da tempo invito gli studenti più giovani a sedersi, per così dire, attorno al fuoco della lingua italiana. Non è un vero fuoco, naturalmente, ma funziona allo stesso modo: scalda, attira, mette in cerchio. Chiedo loro di pensare alla parola più importante che esista in ogni lingua del mondo. Una sola. Una parola che, dico, varrebbe la pena imparare in mille idiomi, tanto è preziosa. Dopo qualche esitazione, quasi sempre la risposta arriva. Qualcuno la pronuncia piano, qualcun altro con sicurezza: «sono». La scrivo alla lavagna, grande, al centro. Il fuoco è acceso. Le domande cominciano a circolare: chi sei, da dove vieni, che cosa fai? In italiano, con quell’accento incerto e bellissimo che accompagna sempre le prime volte. Attorno al suono del «sono» si dispiega un mondo intero: nomi, origini, desideri, timidezze. Essere qualcuno prende forma davanti ai miei occhi. Poi introduco il suo rivale. Lo faccio con cautela, quasi con rispetto. Scrivo, accanto al primo verbo, un secondo, più corto ma non meno potente: «ho». Spiego che anche lui è importante, che serve, che senza di lui le frasi si spezzano. Chiedo quale dei due preferiscano. Non quale sia più utile, ma quale sentano più vicino.

 

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La risposta, sorprendentemente, è quasi sempre la stessa. Vince ancora l’essere. Essere qualcuno conta più che avere qualcosa. Lo dicono senza teorie, senza ideologia, senza sapere che stanno pronunciando una scelta antica e fragile. Lo dicono come si dicono le cose evidenti, quelle che non hanno ancora avuto il tempo di incrinarsi. Non è il caso, penso, di complicare il gioco. Non è il caso di dire loro che fuori dall’aula il verbo avere ha vinto da tempo. Che nel mondo adulto le domande cambiano tono: quanto ‘’fai’’, quanto guadagni, che cosa possiedi, dove vivi? Che l’essere, lentamente, viene messo tra parentesi, come una nota a margine. Non è il caso di raccontare che esistono persone che hanno troppo e altre che hanno troppo poco, e che questa distanza cresce ogni giorno, silenziosa, come una marea. Eppure, quella scelta ingenua — sono prima di ho — continua a ronzarmi in testa. Perché non è solo grammatica. È una gerarchia. È un ordine del mondo. Quando l’avere prende il sopravvento, l’essere si assottiglia. Le persone diventano numeri, ruoli, funzioni. Chi ha poco, in questo mondo, vale poco. Chi non ha nulla rischia di non essere più visto. Forse è così che la diseguaglianza diventa accettabile: non con la violenza, ma con l’abitudine. Non con grandi discorsi, ma con piccole frasi ripetute ogni giorno. Avere come misura di tutto. Essere come lusso, come ornamento, come qualcosa che può aspettare. Insegnare una lingua, allora, non può e non deve essere un gesto innocente. È suggerire come mettere i verbi in fila. È invitare a scegliere quale potrebbe venire prima. Ogni volta che scrivo quel «sono» alla lavagna, senza dirlo, sto suggerendo un’idea di giustizia. Sto dicendo che prima di ciò che possediamo vibra ciò che siamo. Che il valore di una vita non si conta. Che nessuno dovrebbe essere ridotto a ciò che ha. Forse dovremmo tornare più spesso a quel fuoco immaginario. Sedersi, ascoltare, ripartire da una parola semplice. Prima che il mondo, ancora una volta, spenga l’essere con l’ombra sinistra e adunca dell’avere.

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