Torna ogni anno, immancabile, il festival di Sanremo con un’esplosione di suoni e di luci, e un’esibizione di lustrini e di patacche. Sanremo è la quintessenza di ciò che è l’Italia, con i suoi esibizionismi e le sue polemiche e il suo moralismo sciropposo. Più che essere un vero festival celebrante la “canzone all’italiana” morta e sepolta anni orsono, Sanremo celebra lo straparlare, i pettegolezzi – il festival è una sorta di gigantesco talk show cui partecipa un intero popolo – l’esibizionismo grottesco di personaggi che hanno tatuaggi fin sul collo, e le ambiguità di ogni genere fra cui spiccano le ambiguità di genere. A ben pensare, Sanremo celebra soprattutto Sanremo, ossia celebra se stesso.
Un’Italia senza più Sanremo sarebbe ormai impossibile da concepire. In un paese dove nulla mai passa, vengono ogni volta riproposte sotto i riflettori anche le sue vecchie glorie, ossia i “big” di un tempo – “big” è un termine su cui Sanremo ha l’esclusiva in Italia – con l’assenza però di Mina, assurta ormai a dea vivente dell’Olimpo canoro italiano, e che viene da tutti invocata ma che rifiuta di scendere su terra. Nell’Olimpo si è installato, ma purtroppo da morto, anche Pippo Baudo.
Si tenta almeno a Sanremo di tener fuori la politica, carburante tossico dei quotidiani odi civili italiani. Ma ogni volta, purtroppo, la politica riesce ad infiltrarsi, rafforzando il carattere conflittuale di questa ammucchiata canora, solo in apparenza super partes. E difatti quest’anno, una donna di 105 anni d’età, invitata dagli organizzatori di Sanremo, ha esortato l’Italia a cantare, ma rispettando il leitmotiv dell’antifascismo.

Quanto cammino ha fatto Sanremo, che nel 1952, quindi un anno dopo la sua nascita, con “Vola colomba” esaltava i sentimenti d’amor patrio.
Il triste rap all’americana, che ha imperversato per anni anche da noi, ha fatto calare una pesante pietra tombale sulla canzonetta italiana, figliastra di quel bel canto tanto ammirato attraverso il mondo. Oggi la canzonetta italiana è invece ignorata all’estero.
Ho appreso ultimamente che Simone Cristicchi, che conosco personalmente, nel 2013 avrebbe voluto portare al Festival di Sanremo la canzone A Laura, “dedicata alla sua vita dimenticata, ma visto il desiderio dell’attrice di rimanere nell’oblio, rinunciò”. Non credo che dopo i miei tanti articoli su Sanremo, tutti alquanto critici, qualcuno proporrà una canzone dedicata al fratello di Laura: Claudio, il sottoscritto. L’unico che forse potrebbe farlo è Sal da Vinci, esponente della migliore napoletanità canora, al quale io inviai anni fa una lettera ammirativa.
Sal ha presentato al Festival una sua piacevole canzonetta, orecchiabilissima e trascinante – “Per sempre sì’” – che celebra il matrimonio, la famiglia; in una parola la tradizione. Ritrascrivo qui una parte della lettera che scrissi a suo tempo a Sal da Vinci, e in cui osai mostrargli la via da seguire per essere apprezzato da noi espatriati.
“Caro Sal da Vinci,
ho avuto la fortuna di assistere a quel suo straordinario spettacolo a Place-des-Arts, che mai dimenticherò. (…) Considero importante identificare una ragione non minore del suo straordinario successo. A parte la sua bravura di cantante, la sua sensibilità e il suo carisma, un suo grande merito è stato di aver saputo venir incontro alla nostra forte sete di ritorno, scegliendo le canzoni giuste, e cantandole nella maniera giusta, ossia non cimentandosi in patetici sperimentalismi con forzosi scimmiottamenti di ritmi arabi, africani, angloamericani o latinoamericani, che denaturano – attraverso una sorta di pesante “chirurgia estetica” – l’incomparabile, delicato profilo della canzone napoletana”.
Concludo dicendo che questo mio giudizio di condanna degli scimmiottamenti vocali vale anche per Sanremo.






One thought on “L’eterno festival di Sanremo | Rivalità e polemiche fra voci, luci e suoni”
Sono l’autore dell’articolo qui sopra, e desidero rendere nota la email che inviai nel lontano 26 marzo 2013 a Sal Da Vinci dopo un suo acclamato concerto a Montréal. A questa email fece seguito un mio articolo sul “Cittadino italiano” dedicato a Sal Da Vinci..
Caro Sal Da Vinci,
ho avuto la fortuna di assistere al suo spettacolo a Place-des-Arts che mai dimentichero’. E ho ascoltato pochi minuti fa il suo intervento alla radio CFMB, con la cara Ivana. Avrei voluto inserirmi telefonicamente, ma non sono riuscito. Rinuncio a formulare i tanti complimenti che il suo straordinario professionismo, la sua generosità, la sua autenticità di raffinato interprete della canzone meritano. Diro’ solo che pochi cantanti napoletani sanno essere autentici e grandi, rendendo l’intera ricca gamma dei sentimenti napoletani come riesce lei: canzoni tradizionali, sentimentali, strappacuore (nel senso autentico e bello della parola) da lei interpretate in parallelo a canzoni ironiche, grottesche, dal ritmo particolare: le canzoni di Carosone, che lei ha reso in maniera ammirevole, da cantante e da “attore”, a Place-des Arts.
Lo scopo di questa mia lettera è semplicemente d’individuare la ragione principale del suo straordinario successo presso di noi, in maniera che la prossima volta lei possa ripetere questo ammirevole exploit. A parte beninteso la sua bravura e la sua sottile originalità d’interprete, il suo grande merito è stato di aver saputo venir incontro – forse senza saperlo quando ha preparato il repertorio – alla nostra straordinaria sete di ritorno, scegliendo appunto le giuste canzoni, e mai cimentandosi (merito suo e dell’orchestra) in forzosi scimmiottamenti moderni, in tentativi patetici di sperimentalismo che danno risultati da chirurgia plastica, denaturando e ridicolizzando l’incomparabile stile napoletano. Siamo cosi’ potuti ritornare, grazie a lei, a quel mondo magico, commovente, talvolta anche eccessivo – come sa essere eccessiva la nostra anima – della canzone napoletana. Che non si dimentichi, noi siamo gli espatriati: gli eterni nostalgici, che dietro la vernice del benessere e dell’avvenuta integrazione, rimpiangono il “prima”. Il “prima” della Napoli formato cartolina, il prima dei sentimenti puri, il prima della “giovinezza”. Il prima delle illusioni… Noi emigrati abbiamo un forte, nobile sentimento della Patria, anni luce lontano dall’esterofilia degli italiani della penisola. Credo che tutto questo lei lo abbia capito tutto, a giudicare anche dal filo che ha percorso il suo spettacolo, con la lettura anche di quel brano di De Amicis, che parla di noi gli emigrati. Lei dopotutto è nato a New York…
Il ritorno a quel mondo sognato di “prima”che lei ci ha regalato, sono costretto a dire, è stato disatteso da altri cantanti che sono venuti qui; come spiego in una mia analisi che troverà qui di seguito.
Tengo poi particolarmente a ringraziarla per aver omesso, parlando di noi emigrati, di biascicare, col solo intento di denigrare l’Italia, il solito cliché falsamente francescano del “ieri noi, oggi loro” ossia del parallelo di noi espatriati con gli attuali immigrati in Italia, vittime di un presunto razzismo. Parallelo che molti, arrivando qui dall’Italia, si sentono in obbligo di fare, senza conoscere nulla delle nostre traversie, delle nostre rinunce, e degli innumerevoli clichés antitaliani – mafia e pizza – che ancora oggi ci affliggono.
Ma torniamo alla canzone. Avendo trascorso la gioventu’ a Napoli oggi, ormai tardi nella vita, reco ancora nel cuore l’imprinting – lo stampo – di quel mondo, di quelle canzoni, di quei colori, di quelle illusioni… Mondo che lei ha saputo ricreare, e di cui – oso dire – Arbore e la sua orchestra, col loro stile “paraponzipo’” da serata goliardica non sembrano avere neppure una pallida idea. E cosi’ tanti altri che pur vanno per la maggiore e che inseguono ritmi arabizzanti, o sudamericani, o frenetico-sincopati, tradendo l’anima della canzone napoletana.
Devo aggiungere che non mi è certamente sfuggita l’impronta, la patina particolare che lei e la sua orchestra avete saputo dare a canzoni “canoniche”, oggetto di culto, ridando loro un’altra vita. Un’impronta appena accennata, ma ammirevole perché agile e sentita; un soffio nuovo, insomma…
Potrei dire tante altre cose, ma preferisco far parlare questi articoli che le invio.
Grazie, grazie di cuore: lei ha saputo essere se stesso e cio’ ci ha colmati perché il suo mondo interiore è straordinariamente ricco… E a noi va certamente il merito di aver capito, istintivamente, l’autenticità del suo mondo d’uomo e d’artista.
Di nuovo grazie, con un caro saluto da Montréal.
Claudio Antonelli (vissuto a Napoli dai 6 ai 25 anni di età… tanti anni fa.)