La prestigiosa rivista Le Monde diplomatique ha consacrato il numero di giugno-luglio 2026 al Canada: “Canada, le ‘meilleur pays du monde’ au scalpel”.
Donald Trump, con la sua minaccia d’incorporare agli USA il Canada, come 51mo Stato, dà il via a questa analisi condotta con il “bisturi” (“au scalpel”). La rivista ci presenta quindi il conglomerato “Irving” del Nouveau-Brunswick, impero familiare somigliante ad una potenza dinastica d’epoca feudale, onnipresente nei settori industriali, finanziari, culturali di questa provincia; la quale, dal 1969, è ufficialmente bilingue; con una forte presenza di Acadiens, ossia dei discendenti di coloro che rifiutarono l’assimilazione e la sottomissione alla corona britannica (1755) venendo quindi deportati in un’ampia area del Nord America. Viene poi uno scritto sulla Colombia Britannica, presentataci come una dinamica provincia canadese dove a Vancouver, città ormai dall’impronta asiatica, vive una numerosa e prospera comunità cinese.
“Un bilinguismo di facciata” è l’analisi che Philippe Descamps consacra al tema di un paese ufficialmente bilingue, in cui dal biculturalismo di un tempo si è passati, grazie e Pierre Trudeau, al bilinguismo ufficiale e al multiculturalismo. Descamps fa una sintesi dei numerosi aspetti del soggetto lingua, cui la ben nota legge 101 (“Charte de la langue française”) diede una svolta decisiva.
La stampa francofona in Canada è il tema trattato da Jean-François Nadeau. Viene dunque il tema delle società minerarie del Canada, di cui è denunciata la rapacità. Il titolo quanto mai espressivo: “L’enfer du Nord” ci presenta il petrolio, di cui in particolare l’Alberta abbonda e che è causa di gravi pericoli ambientali e sanitari.
Non poteva mancare il tema dei “primi popoli”, ossia dei nativi americani (autoctoni, aborigeni) vittime nel passato d’innumerevoli ingiustizie, e che purtroppo continuano ad essere presenti, in sovrannumero, nelle prigioni del Manitoba e del Saskatchewan: “Tossicomani, alcolizzati, spacciatori, prostitute: la miseria sociale degli Amerindiani è in mostra nel centro della maggior parte delle grandi città.”
La guerra commerciale lanciata da Trump contro il Canada ha avuto se non altro un effetto positivo: ha fatto prendere coscienza ai canadesi del danno causato al commercio, all’interno del Paese, dalle barriere interne che attualmente ostacolano la circolazione di beni e servizi attraverso le province.
“Il peggior vicino al mondo” è il significativo titolo del capitolo consacrato agli USA, da cui l’intera economia canadese, purtroppo, dipende.
L’hockey, un tempo simbolo con i “Canadiens de Montréal” dell’orgoglio nazionale franco-canadese, ha perso molto dell’aura mitica di allora.
Viene quindi un giudizio articolato su Justin Trudeau, di cui viene celebrata la “capacità comunicativa”. In sintesi: il mondo intero lo ha amato a causa del suo aspetto cool e della sua abile maniera di porgere.

Lo spazio m’impedisce di diffondermi sugli altri temi trattati nella rivista. Tra i quali comunque menzionerò “L’Artico, fardello o Eldorado?“.
Il tono degli articoli, a mio giudizio, per quanto riguarda in particolare il Québec, è nettamente progressista separatista. Questo studio sul Canada dedica infatti un’analisi dal tono celebrativo alle forze progressiste, di sinistra, del Québec.
Molto poco è detto sul multiculturalismo. Vi è però uno scritto sui magrebini, che si lamentano dell’intolleranza della popolazione nei loro confronti. Sull’intolleranza da noi subita, e i cui miasmi ogni tanto raffiorano, invece non una sola parola.
Vi è infine la presentazione dell’aiuto a morire offerto negli ospedali del Québec, già terra affollata di preti e di famiglie numerose, e in cui la “revanche des berceaux” ( la”rivincita delle culle”) di un tempo è stata rimpiazzata dalla “revanche des cercueils”; forse perché – oso dire – in Québec, come
altrove, la nozione “progresso” tende ad essere sinonimo di “progressismo”. Con tutte le conseguenze del caso.





