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La lingua italiana | Anglo cacofonia vs italo eufonia

Gli anglicismi appaiono ormai insostituibili, a causa anche del rifiuto dei linguisti e della Crusca di introdurre neologismi italiani e di italianizzare certi termini inglesi che invece noi adottiamo tali e quali, spesso con errori di pronuncia o addirittura di significato. Da un quotidiano della penisola: “Roccaraso in tilt e nel weekend un’altra orda”, sottotitolo: “Gite low cost da Napoli effetto ‘overtourism’ dopo i post su Tik Tok”. Analizzando il titolo e il sottotitolo di quell’articolo devo riconoscere che, se non altro, low cost non è scritto low coast. Per certi italiani cost e coast, invece, si equivalgono. In un giornale era annunciato un viaggio attraverso gli Stati Uniti cost to cost, letteralmente: “da un costo all’altro”.

 

All’overtourism, che potrebbe essere reso in italiano con iperturismo, si aggiunge l’oversold, che si fa beffe del nostro misero ipervenduto. Il tutto esaurito è sempre più raro in un’Italia dove domina invece il sold out. Over, termine sovrappeso e sovraesposto, ha preso il sopravvento su “più, iper, sovra, sopra”. Chi supera i 30 anni è un over 30. E chi invece è sotto i 30 anni è un under 30.  E la lingua italiana è sempre under nei confronti dell’idioma inglese che per gli italiani è una lingua super.

 

La lingua italiana è molto accogliente nei confronti degli anglicismi, ma ne consegue l’esproprio di vocaboli e locuzioni di casa nostra che finiscono rottamati. La nostra venerabile ovazione, ormai surclassata dalla standing ovation, è una di queste vittime linguistiche. E ormai una standing ovation, in Italia, non si nega a nessuno.

 

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Divario resiste ancora, ma gap lo insidia dappresso. Dispositivo per ora tiene, ma continuando questa alluvione semantica dagli USA il gadget tra non molto lo sfratterà. Agli italiani il tutor sembra più protettivo del tutore, ma nelle autostrade la sua tutela genera multe a gogo. Il testimonial si è installato stabilmente nel vocabolario italiano, e né il testimone né l’avallante né il garante né l’attestatore riusciranno mai a sloggiarlo. La mission, in particolare quella di anglicizzare l’italiano, è preferita da molti alla missione di difendere la lingua nazionale che viene equiparata ad un’attività biecamente nazionalista.

 

La sbronza ricercata per se stessa, o altrimenti detto l’abbuffata di alcolici, è giunta anche tra i giovani italiani, insieme con l’espressione inglese binge drinking, ormai usata anche dagli astemi e che sembra dare alla sbevazzata un carattere goliardico e sportivo. Trend e trendy sono una spanna più alti di “tendenza, alla moda, in voga”, termini italiani destinati a scendere dalla passerella perché hanno perso i lustrini. L’espressione body shaming, che significa derisione fisica, è entrata nel corpo della lingua italiana. E insieme al body shaming è entrato nel nostro vocabolario da camera da letto anche il revenge porn, ossia il porno vendetta che consiste nel vendicarsi di una donna mettendo in rete i video e le foto del corpo di lei che si divertiva ad assumere le pose più audaci di fronte all’obiettivo mentre consumava un normale coito col partner di turno, ma del quale coito si è in seguito vergognata avendo forse cambiato partner.

 

Io proporrei di considerare revenge porn anche i costumini da bagno che, in spiaggia o in piscina, spariscono tra i glutei di fanciulle desiderose. È, se vogliamo, un porno appeal nei confronti dei maschi della nuova generazione che, senza quell’esibizionismo, forse non le degnerebbero di uno sguardo, preferendo non distogliere i loro occhi allupati dall’amato telefonino. Ma è ancor di più una crudele porno vendetta nei confronti dei maschi della vecchia generazione, ormai in avanti con gli anni e che rimpiangono di non poter essere giovani oggi, in quest’epoca di bengodi sessuale. Intendo dire che i costumini il cui retro sparisce tra le giovani chiappe è una forma di violenza morale nei confronti di questi vegliardi perché fanno sentire loro, ancor di più, l’ingiustizia della vecchiaia o detto in inglese, per essere capiti da tutti nel Bel Paese, “the injustice of old age”.

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