
Riflettevo sui valori costitutivi dell’idea di democrazia, così come la pensavano gli antichi Greci, e cioè la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero, il sentimento della Legge come collante sociale imprescindibile, la predisposizione ad attribuire ai migliori di noi (gli aristoi) la facoltà di dirigere la cosa pubblica, e addirittura l’inclinazione alla riflessione filosofica e la predilezione per il Bello (esageravano, forse? non dovrebbe essere così, se la scuola funziona davvero?). Insomma, questo era l’universo di valori attorno al quale, ai tempi di Atene, una società poteva dirsi autenticamente democratica; andiamoci a leggere il discorso di Pericle (il suo famoso Epitaffio) così come riportato da Tucidide nella sua Storia della Guerra del Peloponneso e scopriremo che idea avessero gli Elleni di un sistema genuinamente democratico. Va da sé, oggi nessuno si sognerebbe di negare che è (il solito bla-bla-bla) necessario lottare per la democrazia; sarebbe anche retorico, ripeterlo. Eppure, sinceramente, possiamo davvero pensare di trovarci nello scenario di Pericle? Se si guarda all’assiologia della democrazia ateniese si ha l’impressione che il demos di quella società fosse formato da gente aristocratica, di buone letture, esperta dei meccanismi della cosa pubblica. Come non domandarsi, allora, se sono democratiche le società dell’umanità del terzo millennio? Che cosa possiamo dire di questo cianciare comaresco di popolo o di… ‘‘volere del popolo’’ quando non si fa altro che mantenerlo in uno stato di minorità mentale? Nell’era di X (o Twitter), siamo ormai alla celebrazione dell’opinione privata, del sentito-dire, del gorgoglìo neuronale dell’ultimo istante. È approdata davvero a questo, la parresia di Pericle? Perché ricordiamolo: il cittadino greco di Pericle non abusava della sua libertà espressiva; parlava liberamente, sì, ma avendo davanti a sé un orizzonte etico e politico ben preciso e condiviso; il suo logos era gravato dal peso della sua responsabilità. Ma oggi? Oggi viviamo l’era di una doxa selvaggia, volubile, irresponsabile, che non conosce il peso delle conseguenze. La parola odierna è sempre più rumore, una grima, un graffiare cacofonico a una lavagna zeppa di segni incomprensibili. È questo, la democrazia? O non è forse il suo scempio, la rinuncia imperdonabile alla paideia di chi, teoricamente migliore degli altri, avrebbe il dovere di educare?

Non sorprendiamoci se poi c’è chi, per metterci una toppa, se ne esce con il termine epistocrazia, immaginando una cosa pubblica governata da competenti. Sì, ma attenzione! In un contesto simile, il mero diritto di voto sarebbe subordinato alla dimostrazione di conoscerla veramente, la cosa pubblica, nel suo funzionamento, nelle conseguenze derivanti da una decisione in luogo di un’altra. In altre parole: se non sai veramente, non voti e stai zitto. E chi stabilirebbe questa competenza, questo sapere? Come evitare il rischio orwelliano di eliminare la tirannia dell’ignoranza con quella di una presunta sapienza?
Non se ne esce. La democrazia resta il meno imperfetto dei sistemi politici, certo, ma è necessario che si cominci davvero ad educare il cittadino al bene comune, a condurlo fuori dal suo individualismo. Ricordiamo, con John Donne, che nessun uomo è un’isola.





