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“Italofonia: lingua oltre i confini” | Il restyling della lingua italiana

Il restyling – ossia la riprogettazione, il rifacimento, la ristrutturazione, la modifica in meglio, la rigenerazione, la riqualificazione, il ridisegno – della lingua italiana, che viene messa al traino della lingua inglese, continua anche dopo l’insediamento di Trump; capo di un’America eccessiva divenuta oggi quasi caricaturale. Nuovi termini ed espressioni inglesi entrano ininterrottamente nel vocabolario italiano, come ha fatto restyling.

 

Il termine inglese è talvolta un usa e getta, ossia l’anglicismo è di breve durata. Ad esempio, un’espressione da addetti ai lavori come “Fiscal Drag” ebbe il suo momento di celebrità, ma subito dopo evase dal vocabolario italiano e dal controllo del Fisco. Altri anglicismi restano invece per sempre. E senza di essi il cittadino italiano non saprebbe più a quale parola italiana ricorrere. Rider ossia il fattorino o ciclofattorino o corriere in bicicletta è uno di questi termini cui nessuno in Italia rinuncerebbe. E men che meno vi rinuncerebbero questi rider, mal pagati ma orgogliosi del loro nome cinematografico evocante il film hollywoodiano “Easy rider”. E così, tanti termini stranieri hanno affossato e sostituito gli antichi termini nostrani, ormai fossilizzati.

 

Negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie, i passeggeri invece di viaggiare con le valigie, come facevano un tempo, viaggiano ormai con i trolley. L’onnipresente boss – nella malavita, in Italia, sono tutti boss – ha crivellato di colpi la ricca nomenclatura criminale di un tempo: uomo d’onore, picciotto, soldato, “omme e panza”, mammasantissima, capo, capoccia, caporione, capintesta, reggente, capo mandamento, pezzo da novanta, capoclan, capobastone, ecc. All’apice della nomenclatura vi era il “capo di tutti i capi”, espressione che è ormai decaduta in Italia e che solo all’estero usano. E di fronte a questo “capo di tutti i capi”, ma solo per amore della lingua, io oggi m’inchino.

 

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Queste immissioni di termini non necessari che si affiancano ai corrispondenti termini italiani – quando non li eliminano del tutto – aggravano un aspetto della nostra lingua su cui pochi riflettono: la ridondanza. Per esprimerci con ricchezza di termini e precisione, di tutto avremmo bisogno in italiano fuorché dei doppioni stranieri. La lingua italiana è ricca di parole che dicono la stessa cosa. Dimentichiamo per un momento le varianti regionali, fonte di una certa ricchezza ma anche d’incertezza e di confusione. Alle varianti di forma, numerosissime nella lingua italiana e che la rendono falsamente ricca – denaro/danaro; malato/ammalato; io premei/io premetti; starnutire/starnutare; che ora è?/ che ore sono?; suonare/sonare; sepolto/seppellito; comprare/comperare; a breve/tra breve/entro breve; in seguito a/a seguito di, e via enumerando quasi all’infinito – oggi si aggiungono  questi grigi reperti come boss, under, killer, standing ovation, pressing, badge, jackpot, in tilt, restyling, stalking, day, top, summit, pressing, assist, rush, trend, election day,  jobs act, question time, mix, scoop, spot,  e tanti altri; i quali, lungi dall’arricchire la nostra lingua, la rendono ridondante e più incerta.

 

Oggi va di moda il progetto globalista attraverso l’abolizione delle frontiere fisiche, storiche e culturali della Nazione. Un mondialismo all’insegna degli statunitensi e dei loro valori e stili di vita. Nei fatti, il mondialismo non fa altro che espandere attraverso il globo i tratti dominanti della cultura americana. Basta osservare i programmi TV in Italia e nel resto d’Europa per rendersi conto di questa uniformizzazione dei colori della nostra società ai colori della bandiera a stelle e strisce.

 

L’ “appecoronamento” degli abitanti della penisola all’itanglese, governo ed élite in testa, non è altro che cedimento, sottomissione, disgregazione dei nostri parametri identitari. Il tutto condotto con spirito da camerieri, da giullari e da “sciuscià”; se mi è permesso questo inglesismo, anglicismo, anglismo che appare ormai insostituibile in un’Italia su cui pesa e peserà, tristemente ancora a lungo, la tanto celebrata “Liberazione”.

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