
La scuola ha bisogno di ricominciare ad oziare. Espressa così, l’idea può far sollevare sopracciglia di perplessità: che relazione ci sarebbe tra la scuola e l’ozio? Non è forse il luogo dove uno studente si attiva per apprendere nozioni e socializzare, in vista del suo operare nella società alla ricerca della sua felicità e del progresso del suo essere con gli altri? Che ruolo avrebbe l’ozio in tutto questo? Eppure, è proprio nel cuore del termine scuola che vive l’idea del necessario distacco dell’individuo dalla frenesia dell’agire nel mondo, di un sano ripiegarsi su sé stesso per abbracciare una visione la più olistica possibile di ciò che lo circonda e che lo trascende. Questo, dovrebbe essere la scuola. La scholé dei Greci era proprio l’ozio degli studî, l’agio di chi si sofferma sulla rugiada e scopre la magia del calore della Terra che incontra e sposa il suo vapore, l’ozio di chi seguendo il moto della risacca coglie un elemento che la sabbia nascondeva, di chi indugia e formula ipotesi nel silenzio della carta e della penna che tracciano sentieri da percorrere. La scuola che immagino e sogno è quella che riscopre questo ozio creativo, quella che offre agli studenti la possibilità di fermarsi, riflettere, fare domande e, soprattutto, restare in ascolto, non solo dei propri pensieri, ma anche del mondo che li circonda. Immagino questo perché temo la scuola dei nostri tempi non somigli più a questo sacrosanto oziare di fronte alla Bellezza della Natura, quasi a scorgere la presenza ineffabile di un possibile demiurgo. La scuola che vedo oggi è quella che non conosce e nega l’ozio, che diventa negozio, che si rifugia nel mercato delle competenze, che calcola freddamente, che misura tutto in termini di utilità immediata e di performance. La divisa di troppi giovani oggi è l’ ‘’a che serve?’’ e noi facciamo poco per ridirezionare il loro interesse e la loro motivazione. Anzi: ci inventiamo nuove griglie di valutazione, nuovi parametri, nell’orgia dell’eccellenza e del primeggiare.

E allora, sì, la scuola ha bisogno di ricominciare a oziare, tornare all’ozio che non è apatia, ma respiro, tempo sospeso in cui l’anima può finalmente riempirsi di ciò che davvero conta: la meraviglia, e di lì l’intuizione e la riflessione. È in quell’ozio che nascono le domande più autentiche, non dettate dalla fretta del risultato, ma dall’interesse genuino di esplorare. È in quel silenzio fertile, dove la mente non è costretta a produrre risposte immediate, che si fa spazio alla conoscenza profonda, quella che non si misura in numeri o in medaglie, ma che cresce nell’incanto del mistero e della contemplazione. Non si riflette mai abbastanza su cosa significhi davvero sapere e conoscere. Il sapere è troppo spesso visto come una sequenza di risposte concrete, un accumulo di fatti, una logica razionale che guida l›azione. Ma più importante è il conoscere, che si esprime in un atto di scoperta, di apertura alla complessità del mondo, soprattutto in una capacità di entrare in relazione con ciò che ci circonda, di percepire anche il non detto, l’indefinito. Conoscere implica il coraggio di interrogarsi, di mettere in discussione ciò che sembra certo, di vivere nell’incertezza creativa. La scuola, allora, dovrebbe essere il luogo in cui si impara a conoscere, non solo a sapere (la lingua inglese ha semplificato troppo con quel fungibile ‘’to know’’). È proprio in questa dimensione che l’ozio trova il suo posto: è nel silenzio della riflessione, nel tempo sospeso tra una domanda e una risposta, che si può davvero conoscere. La scuola che sogno è quella che non cerca di produrre solo professionisti, ma pensatori, sognatori, spiriti liberi, capaci di dare forma a un futuro che non è già scritto. In fondo, come scriveva Yeats: “Insegnare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco.” Quando mi chiedono cosa faccio, oltre a scrivere canzoni e poesie, rispondo che faccio semplicemente il piromane. Mi piace accendere fuochi e vedere uno studente che faccia poi tutto da solo, che arda dal desiderio di conoscere, di porsi domande, di avventurarsi nel mistero del mondo. Oziando. Senza calcolare. E forse è proprio in questo tempo dell’anno, quando l’inverno rallenta il passo del mondo e le luci del Natale ci invitano a sostare, che possiamo ricordarci quanto sia prezioso l’ozio della mente e del cuore. Il Natale, con il suo invito silenzioso alla meraviglia e alla contemplazione, ci ricorda che nulla cresce davvero nella frenesia, e che persino la luce – quella più autentica – nasce sempre da un momento di quiete. È allora che la scuola può ritrovare il suo senso più profondo: diventare un luogo di attesa, di ascolto, di piccole epifanie quotidiane, dove ogni studente possa imparare non solo a sapere, ma a conoscere, e soprattutto a riconoscere la bellezza che già abita dentro e intorno a lui. Che questo Natale possa essere, per tutti noi, un tempo di buon ozio, di respiri ampi e di sguardi nuovi. Un tempo in cui tornare alla meraviglia, affinché il nuovo anno ci trovi pronti ad accendere ancora altri fuochi. Auguri di cuore.





