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Globalizzazione all’americana

Fino a che gli USA erano in prima linea contro l’imperialismo sovietico e contro il comunismo liberticida e affamatore, io vedevo in loro i ben armati guerrieri che si trovavano dalla nostra parte. Ma a comunismo morto e sepolto è difficile simpatizzare con chi continua, in virtù della sua schiacciante superiorità militare, a mantenere e ad estendere la propria egemonia attraverso il pianeta o comunque nelle aree che considera di sua pertinenza; mirando, inoltre, a sopprimere i normali patriottismi altrui che cercano di dar continuità al passato della propria nazione e alla propria cultura attraverso valori e stili di vita che sono ben lontani dall’ ”american way of life”.

 

L’Europa, pesantemente americanizzata, continua a credere nella globalizzazione, nella fusione di popoli, negli individui interscambiabili, e nell’abbattimento di barriere doganali e di confini nazionali in nome di una civiltà planetaria a corsia unica. Anzi ad alveo unico, nel quale scorrono – democraticamente – americanismo, consumismo, edonismo, individualismo, diritti umani senza alcun corrispondente dovere, multiculturalismo, e uguaglianza assoluta dei generi con la fervida celebrazione delle varianti sessuali. I progressisti occidentali dovrebbero accettare invece una verità elementare: i nostri valori non sono universali, e il matrimonio omosessuale, che è visto da molti, in Europa e in USA, come una ammirevole conquista, in altri paesi e continenti può apparire come un’oscenità carnevalesca. E ugualmente, la pornografia, così diffusa nel nostro democratico Occidente, non è compatibile con culture retrograde che non condividono il nostro culto della libertà d’espressione ad ogni costo.

 

Ma l’ultima guerra mondiale, dove il bene assoluto trionfò sul male assoluto, ha sancito per sempre, senza tanti distinguo, i ruoli sullo scacchiere mondiale. E gli USA sono i liberatori ad vitam aeternam, apportatori del bene anche quando bombardano. Come non hanno mai cessato di fare anche dopo il crollo definitivo del comunismo, quando ci si aspettava invece l’inizio di una nuova era nei rapporti tra blocchi e nazioni.

 

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Il popolo in Italia è in prima linea in questo sgambettare e sculettare al ritmo della tarantella americana che ha soppiantato da tempo la tarantella nativa, vedi Sanremo e il suo grottesco caravanserraglio d’imitatori yankee. E vedi anche l’anglo-latinorum dei nostri sciuscià. Cosa volete, il nostro paese è abitato da un popolo che eccelle nell’imitazione servile dei più forti, più famosi, più ricchi, più belli, specie se stranieri. Infatti, le forze progressiste italiane, insieme con quelle vaticane, non smettono di spellarsi le mani nell’applaudire il diverso, concentrato di ogni virtù, anche il diverso che approda illegalmente in Italia e vi vive allo stato brado e vi commette reati.

 

Vi è poi la nozione di un generoso multiculturalismo di Stato; il quale appare espressione di bontà, di tolleranza e di rispetto del diverso, quando in realtà, perché  male attuato, contiene frutti tossici. Infatti, l’incoraggiare i nuovi venuti a permanere nei loro rigidi schemi di comportamento, di valori, di pregiudizi, di antagonismi etnici, e di passati nazionali quasi sempre del tutto opposti a quelli del paese da cui questi migranti sono stati attratti e che hanno voluto far proprio andandovi a vivere perché migliore del loro, rischia di avere risultati molto dannosi per la coesione della società di accoglimento. Questo culto della diversità rischia di avere come esito la frammentazione del Paese in tante comunità tribali, contrarie all’idea di una Nazione unitaria basata su valori condivisi e su un progetto collettivo comune. L’integrazione del migrante prima, e l’assimilazione dei suoi discendenti in seguito, dovrebbero invece essere, secondo me, le auspicabili fasi e quindi l’esito finale di ogni normale  processo d’immigrazione.

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