
Rovinando sulla schiena, complice la lastra di ghiaccio che ha ricoperto in questi giorni a Montréal strade, marciapiedi e vialetti d’accesso alle case, mi sono sorpreso a invocare il… Primo Motore Immobile in termini, beh, non propriamente rispettosi. L’invocazione, va detto, non era di tipo mediterraneo: nessun riferimento diretto alla divinità, nessuna confidenza aggressiva con l’Onnipotente. Al contrario: à la québécoise, e con quello spostamento vocalico che conferisce all’espressione una certa efficacia emotiva, ho biascicato il nome di uno dei parafernali ecclesiastici; per precisione, quella nicchia che custodisce le immagini sacre. E vabbè, sì, ho bestemmiato, così come farebbe un bravo quebecchese. Comunque, nulla che un blando analgesico non abbia potuto farmi dimenticare. Eppure, a sorprendermi non è stato il dolore al mio fondoschiena, quanto la dolcezza dell’approccio franco-canadese alla blasfemia. Per un italiano, e ancor più per un romano come me, quella forma del mio cedere alla rabbia verso Colui che, suvvia!, avrebbe potuto anche evitarci la pioggia ghiacciata dei giorni scorsi sostanziava, a conti fatti, una sorta di sacrilegio attenuato, quasi educato, mediato. È stato un modo di profanare che non saliva imperioso al cielo, ma si fermava sull’altare. Mi ha fatto riflettere. Episodi anche insignificanti come questo ci permettono di cogliere certe grandi differenze culturali. E sì, perché c’è un modo curioso, e spesso frainteso, di misurare il rapporto di una società con il Sacro, ed è osservare come bestemmia. Attenzione: non se bestemmia (ché quello lo fanno tutti), ma come.

E allora scopriamo che l’Italia e il Québec francofono, distanti come sono per lingua, storia e geografia, condividono, comunque, una caratteristica importante: per secoli hanno vissuto sotto una Chiesa onnipresente. Non sorprende che abbiano sviluppato, però, due forme di sacrilegio opposte e rivelatrici. Mentre in Italia si animalizza Dio, in Québec ci si scaglia sugli oggetti della Chiesa. Più che una differenza folkloristica, mi sembra si tratti di una diagnosi culturale. A ben vedere, in Italia, il Sacro è sempre stato troppo vicino. Il Papa non è un’entità astratta, ma una figura urbana; i santi hanno soprannomi, difetti, umori. Questa prossimità ha finito per produrre una sorta di familiarità con il Sacro. In italiano, si è brutalmente blasfemi in modo del tutto naturale; e si è raramente atei in questo. Dio viene insultato come si insulta un parente perché lo si dà per scontato e lo si considera capace di reggere il colpo. La bestemmia italiana non mira a distruggere il Divino, bensì a ridimensionare la retorica morale che lo circonda. È una reazione all’ipocrisia, non al Mistero. Il Dio implicito in Italia non è fragile, né facilmente offendibile: è uno che “sa come va il mondo”. Chi rischia di essere smascherato non è Dio, ma chi lo usa come strumento di potere. In Québec, invece, la storia ha seguito un’altra traiettoria. Fino agli anni Sessanta e alla Révolution tranquille, la Chiesa cattolica non era solo un’autorità spirituale, ma un apparato amministrativo totale: controllava scuole, ospedali, famiglie, sessualità, linguaggio. Il trauma non è stato teologico, ma istituzionale. Per questo la bestemmia quebecchese non prende di mira il cielo, ma l’altare; non Dio, ma i suoi arredi. Da una caduta sul ghiaccio a una geografia del sacro violato, il passo è breve. Perché, a ben vedere, le società non smettono di credere quando bestemmiano. Forse sarebbe meglio dire che più spesso esse smettono di mentire.
Buon 2026 a tutti!





