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Fegato da rodere cercasi

Mi spaesano da sempre due affermazioni di Aristotele: una contenuta nella Metafisica, giusta la quale gli uomini, per loro natura, tendono alla conoscenza (“fatti non foste a viver come bruti’’, gli riecheggerà più di un millennio dopo l’Ulisse dantesco); e l’altra, nell’Etica Nicomachea, secondo cui gli uomini aspirano come fine supremo alla felicità.

 

 

Ecco, mi spaesa, mi disorienta questo insistere, nell’animo umano, sia di una sete di Sapienza, sia di un’aspirazione al Bene. È possibile? Me lo chiedo perché credo si convenga tutti che più si conosce, più si ha contezza dell’abisso e del dolore. Insomma, come sentirsi davvero felici davanti all’amara consapevolezza che quella pietra continuerà a rotolarci giù sino alla fine dei tempi? Il desiderio di conoscenza, in fin dei conti, non può che restituirci l’inevitabilità del dolore e della ricerca affannosa di un senso. Forse ha ragione il filosofo Byung-Chul Han quando, coniando il termine algofobia, riconosce nel nostro presente una generale fuga dal dolore, un’imbelle voluttà anestetica, un voler liberarsi della profondità della sofferenza per lasciarsi vincere dalla lusinga di piaceri effimeri ed algoritmici. L’uomo di oggi si è emancipato dall’aquila prometeica e ha scelto di vivere come quel “maiale soddisfatto” che indignava tanto John Stuart Mill, pronto, semmai, a fare i conti con la propria infelicità. A questo Occidente con la pancia piena, tramontante, vaneggiante di armi, però, brandite dal molle conforto di una poltrona, manca la memoria storica (ché qui, non si tratta neanche di preveggenza). È un Occidente che “gioca alla guerra’’, imbracciando una tastiera e sorbendosi un martini, mentre da troppe parti del mondo si muore davvero. Nell’assenza di un sano orizzonte sociopolitico, ci si lascia trasportare dai venti, dai populismi che, in realtà, ignorano la gente; ci si affida a totalitarismi mascherati da princìpi democratici e si va a votare sempre meno, giacché si intuisce che a decidere, alla fine della fiera, sono altri.

 

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E allora dov’è Prometeo? E non già il Prometeo di Eschilo, figura essa stessa divina e lontana dagli uomini. No. Io penso al Prometeo di Goethe, quello che si sente figlio di Zeus e che ne sfida l’autorità. Quello che accetta il becco aguzzo del rapace a martoriargli il fegato, senza però rinunciare al dolore di sapere, di ribellarsi alla gregarietà e alla cieca obbedienza a sistemi mercificanti e mercificati. Penso al Prometeo del fuoco della conoscenza. Quello dormiente in tutti noi e che dovrebbe farci affermare, come scriveva Pasolini, che possiamo essere tutti una forza del passato.

Dov’è Prometeo? E il suo fegato da far rodere?

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