
Mitridatizzare l’esperienza del Dolore. Forse non c’è altro da fare, quando se ne accetta l’invincibilità. Determinarsi a frequentare il dolore, farselo compagno di viaggio, assumerlo lentamente, quotidianamente, come un intruglio venefico che l’organismo finirà per riconoscere e accettare come parte di sé. È proprio così che guardavo mio padre, quando negli ultimi tempi confondeva l’alba con la notte e la sedia che l’accoglieva sembrava non rifletterne più la presenza. L’ho visto evaporare, mentre era ancora lì, a sorridermi, sorbendo il suo caffè corretto. Oggi, da Montreal, osservo mia madre, — grazie alle telecamere disseminate nel suo appartamento romano -; osservo lei e la calma delle sue braccia conserte nella siesta del pomeriggio. Prima o poi accadrà di nuovo; lo mitridatizzo ancora una volta. Lo pre-sento. E condenso, in quell’amara consapevolezza, la vita che mia madre ha ancora davanti, un disperato di più di vita in ogni parola che le rivolgo, un centellinare le sue sillabe e scorgervi significati altri, tesori inimmaginati. Vita inaspettata e preziosa in un dolore che incede inesorabile. Sulla mia scrivania le loro fotografie da giovani, gli occhi straripanti di speranza. Non passa giorno in cui io non perda il mio sguardo nel loro. Poi, ritrovo le mani di mio padre nelle mie, il sorriso di mia madre in quello di mia figlia. Mi chiedo che cosa significhi che un essere che è stato non sia più. E giungo ad ammutinarmi davanti a un’evidenza tutta da provare: le persone care muoiono davvero? Il sospetto dell’Eterno si fa strada, mi perdo nella saggezza di Lavoisier e nel conforto della prima legge della termodinamica. Il Nulla, mi dico, non esiste. Mi rifugio nell’idea di mio padre magari oggi incastonato nello splendore di un albero, radicato nelle zolle che amava solcare da ragazzo, incurante del sole impietoso. La Morte è sconfitta come nei versi di John Donne. Bisogna ostinarsi a ‘’mordere la Morte’’, direbbe Stefano Benni, detronizzarla dal regno della Fine. Mitridatizzare il dolore, anticiparlo, aiuta ad abbracciare l’idea della trasformazione: e così l’acqua, evaporando, non rinuncia alla sua essenza acquosa; e il corpo ritornando all’umiltà della terra non scompare dal mondo ma si fa energia che dobbiamo imparare a riconoscere. Confesso che la fascinazione dell’aldilà e delle rimpatriate trascendentali non ha mai fatto presa su di me. Mi ha più inquietato che consolato. Preferisco l’oscura certezza della trasformazione all’incerta promessa della sopravvivenza in un insondabile altrove.






