
Il grande critico letterario e saggista George Steiner giustificava senza timo
re il ruolo dispotico di chi è chiamato a trasmettere il sapere; secondo lui, un insegnante deve arrogarsi il diritto di…tiranneggiare lo studente allo scopo di far sì che questi conosca (almeno conosca, sperando poi giunga ad amare) un determinato brano letterario o musicale, un prodotto delle arti figurative, un periodo storico, una certa regola matematica e così via. Steiner polemizzava, evidentemente, con il basso livello della cultura di massa, colpevole di impedire lo sviluppo del potenziale cognitivo ed estetico di un individuo, di abbrutirlo a triviali oscillazioni del gusto. A chi gli chiedeva se fosse possibile immaginare un percorso dello Spirito in grado di raggiungere progressivamente un livello estetico degno di nota, anche partendo da modelli espressivi ritenuti bassi, – pensiamo allo pseudo-rock di gruppi come i Maneskin -, Steiner ostentava scetticismo e rinnovava il suo j’accuse nei confronti dei prodotti culturali del mercato, ribadendo che una fuga di Bach, un passaggio di Platone, un quadro del Caravaggio non sarebbero mai potuti derivare da una matrice culturale di massa. Quando Rilke vedeva nell’opera d’arte uno scampato pericolo, cioè un’esperienza dello Spirito che sarebbe giunta a una sua fase finale oltre la quale sarebbe stato impossibile procedere oltre, non credo oserebbe spingersi, oggi, ad ipotizzare che dai Maneskin, con un po’ di lavoro, si potrebbe persino arrivare all’astrazione platonica di un Keith Jarrett. Certi risultati, ahimè, non vanno oltre le sabbie mobili della mediocrità.

Ma se l’Arte, nel senso alto e originario del termine, è una manifestazione dello Spirito (nel senso hegeliano), allora è evidente come essa oggi abbia perduto la sua posizione centrale. Hegel, nella sua Estetica, parla senza ambiguità della “fine dell’arte” come momento in cui essa, pur continuando a esistere, cessa di essere il veicolo privilegiato della verità: la filosofia e la religione ne avrebbero preso il posto come forme più adeguate allo Spirito moderno. Quella hegeliana è una diagnosi storica e dialettica che appare oggi come una mesta constatazione di disfatta: la verità, purtroppo, non si è trasferita altrove, no, ma si è semplicemente ritirata. La cultura di massa, con il suo incessante bisogno di riproduzione,
consumo e accessibilità, ha in parte svuotato il concetto stesso di Bello, riducendolo a ciò che piace, che “funziona”, che si vende. L’Arte contemporanea, quella che occupa gli spazi delle biennali e delle gallerie internazionali, ha spesso abbandonato ogni istanza formale e ogni rigore interno per piegarsi a un’estetica dell’effimero, del provocatorio o del sociale. Il Bello, che nel Romanticismo era il luogo della Rivelazione, dell’Assoluto che traspare nel finito, oggi è stato spodestato da categorie fluide come l’interessante, il curioso, il disturbante. In questo orizzonte sfibrato, parlare di “formazione estetica” come vorrebbe Steiner suona quasi reazionario, eppure proprio per questo necessario. L’Arte non può essere il prodotto di un algoritmo di tendenze o di una democrazia del gusto: essa implica selezione, gerarchia, esercizio, tempo.
Contro la falsa inclusività della cultura di massa, occorre forse rivendicare il carattere esigente del Bello, la sua inaccessibilità immediata, la sua differenza radicale. Non si tratta di elitismo, ma di fedeltà a un’idea: che l’opera d’arte non nasce per piacere a tutti, ma per rendere tutti possibilmente migliori.





