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Conflitti culturali e criminalità

(Seconda parte)

 

Sia in USA sia in Canada sia in Europa, inclusa forse, oggi, anche l’Italia, la mancata integrazione di chi è diverso per origine etnica e cultura può essere la causa scatenante di gesti di cieca violenza.

 

La tesi che ravvisa nel conflitto culturale, dovuto all’immigrazione, una possibile causa di devianza, si basa sull’idea che abitudini di vita, comportamenti e valori del nuovo arrivato si scontrino con quelli della popolazione maggioritaria. E i figli degli immigrati, situati quali essi sono alla confluenza di due mondi conflittuali, e vittime quindi del contrasto tra le due culture e della conseguente crisi d’identità che questa posizione ambigua comporta, sarebbero particolarmente proclivi ai comportamenti di natura deviante.

 

Il disagio di molti immigrati nei confronti del paese ospitante è più evidente in alcuni paesi rispetto ad altri. Questo disagio rischia di divenire cronico quando l’immigrazione avviene all’insegna dell’improvvisazione, dell’abusivismo e del caos; senza una selezione preliminare e senza un piano d’integrazione lavorativa e culturale come purtroppo avviene in Italia; dove “gli immigrati non ci amano” è ormai il giudizio di una parte consistente dei  nativi.

 

Non posso non menzionare poi un fattore che, secondo me, contribuisce a mantenere, all’interno di un paese multiculturale come il Canada, una sufficiente coesione sociale. Questo paradossale fattore è la polizia: in caso di necessità, si assiste qui in Canada al rapido intervento degli agenti di polizia, i quali sono poco loquaci, sono assai poco diplomatici, ma sono rispettati e soprattutto temuti da tutti i cittadini, senza eccezione. In Italia, invece, l’aggressione fisica ai poliziotti, da parte di sbandati – spesso degli stranieri senza fissa dimora –  è un fenomeno alquanto frequente.

 

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I nuovi arrivati, in Canada, se commettono atti criminosi e se non hanno ancora la cittadinanza, rischiano di essere rispediti a casa loro. In Canada l’accettazione da parte del governo di un immigrato comporta una lunga serie di obblighi per quest’ultimo.  E l’indulgenza non è certamente una qualità canadese. Ma il Canada a sua volta assolve egregiamente gli impegni assunti verso il nuovo arrivato.

 

L’espatrio, il trapianto, il vivere in un mondo creato da altri creano in taluni un’esasperazione del legame con il luogo d’origine, dando persino nascita, in certi casi, ad un sentimento d’odio verso coloro che, nel paese che li ha accolti, essi considerano nemici della loro nazione e della loro religione. Infatti, il vero islamico o piuttosto il vero islamista vede nella gente da cui è stato accolto degli infedeli, degli avversari che hanno un ordinamento giuridico che contrasta con la vera legge: la Sharia.

 

Studiando l’azione dei combattenti per l’affermazione di uno stato nazionale o per un’altra causa ad esso collegata, si è colpiti da un fenomeno al quale non tutti danno il dovuto rilievo: il ruolo non minore svolto in queste lotte dagli espatriati. Dall’estero provengono, infatti, molti dei fondi che alimentano i movimenti cruenti patriottici attivi in tante aree del globo. Vi è ad esempio il fenomeno, sempre in Canada, del nazionalismo esasperato di una porzione dei Sikh qui trapiantati, che sognano l’avvento del Khalistan. Fenomeno ben più grave è, in Europa, il terrorismo portato avanti da individui che combattono la guerra santa nel nome di Allah.  E in questo ruolo i figli degli espatriati si guadagnano i galloni. Colui che è considerato il leader della squadra della morte che dirottò gli aerei lanciandoli contro le Twin Towers, l’egiziano Atta, risiedeva da immigrato in Germania. E non vi sono solo gli islamisti in questa lista particolare di attivisti e combattenti: quando la Jugoslavia cominciò a disfarsi lungo le sue cuciture etniche, non pochi espatriati serbi e croati decisero assieme ai loro figli nati all’estero di rientrare nelle antiche patrie, a combattere contro i loro nemici di sangue.

Lontano dagli occhi lontano dal cuore… tale detto vale forse per gli innamorati, ma non sempre per chi vive lontano dalla sua Patria d’origine. Anzi, in certi casi la lontananza amplifica e rafforza la fedeltà all’identità collettiva originaria.

(Segue)

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