
Basterebbe fermarsi, oggi, a orecchiare la conversazione di qualche adolescente italiano sulle scale di una scuola, su un autobus o per la strada, per imbattersi in scambi come questi: «Ma non mi dire che ti ha friendzonato?»; «Ma sì, sono settimane che mi ghosta!»; «Eppure era la tua crush! Chillavate sempre insieme!»; «E invece ora sta con uno che, guarda, è proprio cringe!». Potrei continuare. La domanda mi assale: che lingua parlano questi giovani? Dobbiamo forse congratularci per la loro competenza espressiva in inglese? Nutro qualche dubbio. Qui siamo davanti a qualcosa di inquietante: nelle parole di questi ragazzi c’è una lingua che sembra aver smarrito non soltanto il gusto della parola, ma persino il diritto di giudicarla. Non credo sia questione di purismo. So bene che una lingua è un organismo vivente, che nasce, accoglie e muta. Nessuna lingua veramente viva è mai stata impermeabile alle altre: l’italiano stesso è il risultato di secoli di incontri, contaminazioni, prestiti, invenzioni. Però, suvvia!, una cosa è vivere, un’altra è mandar giù qualunque cosa. Penso all’Accademia della Crusca quando essa stessa registra friendzonare, ghostare, chillare o fittare, precisando che con ciò non intende promuovere, né ufficializzare tali parole, ma solo documentare un fenomeno linguistico. Ma è proprio qui che nasce la domanda: limitarsi a registrare senza prendere posizione non è pericoloso? Perché non credo che una lingua sia solo un inventario di ciò che viene detto ma, al contrario, sia anche una storia di scelte, di selezioni, di resistenze.

Dobbiamo davvero considerare ogni nuova formazione un arricchimento soltanto perché qualcuno la usa? Qui la vecchia metafora della Crusca torna a mordere. La crusca è lo scarto, ciò che il frullone separa dalla farina. Se così è, non pensate che la funzione della lingua colta sia anche quella di discernere, di vagliare, di distinguere il necessario dal superfluo, il preciso dal modaiolo, l’invenzione dal calco servile? Una lingua viva non dovrebbe essere quella che accoglie tutto, ma quella che sa trasformare ciò che accoglie. L’italiano, del resto, è diventato lingua nazionale in una maniera singolare: non attraverso l’azione di eserciti e flotte – si pensi al francese, all’inglese, allo spagnolo – ma per via della forza lenta e quasi misteriosa della letteratura. Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, Leopardi hanno costruito una lingua capace di dare forma all’esperienza prima ancora che una nazione politica potesse darle un territorio. Noi non ereditiamo soltanto parole: ereditiamo una possibilità di pensare. E allora la questione non è se ghostare entrerà o no nel vocabolario. La questione è molto più seria: che cosa perdiamo quando smettiamo di distinguere e di innovare? Il vero pericolo non è l’inglese sfigurato dagli adolescenti. È la nostra indifferenza. È l’idea che tutto ciò che nasca dall’uso abbia automaticamente diritto di cittadinanza e che giudicare una parola sia ormai un gesto sospetto, quasi antidemocratico. Ecco, scusate, ma l’idea di una lingua come espressione di una sorta di democrazia quantitativa mi terrorizza. Una parola può essere usatissima, sì, ma brutta; un’altra rarissima, ma necessaria. Mi dovrei rallegrare della vitalità dell’italiano solo perché qualcuno mi dice che i pantaloni nuovi mi fittano bene o che il mio cantante preferito ha droppato un nuovo album? La vitalità di una lingua sta nella capacità di scegliere, tra le parole nuove, accolte o inventate, quelle che meritano di restare. Dovremmo forse domandarci se non siamo stati noi, lentamente, a ghostare (sic!) la lingua di Dante, smettendo di parlarle, di ascoltarla, di confrontarci con la sua immensa possibilità. Temo che la Crusca rischi di diventare davvero l’accademia della crusca, facendo spazio infausto al residuo della macinazione (la crusca, per l’appunto!) e disconoscendo la bontà di un ‘’non più còlto’’ fior di farina.





