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Non ti scordar di me

 

La parola oblio mi affascina. Forse è per quel rappresentare etimologicamente l’idea di buio, di oscurità nella quale facciamo annegare la luminosità di pensieri, stati d’animo, eventi. Va da sé, deve trattarsi di cose per le quali l’oblio si rende possibile, come fossero un livido dell’esperienza destinato a riassorbirsi nella tabula rasa di un nuovo inizio. Sono convinto si possa obliare la memoria solamente di certi eventi, di quel che si può effettivamente rimuovere dalla mente, di-menticare, perché, in fondo, lo percepiamo sacrificabile, spendibile. La nostra lingua, però, è ricca, e accanto alla memoria ci offre il ricordo. Questa parola restituisce l’immagine del cuore, di uno scrigno inattingibile e impermeabile all’usura del Tempo (ammesso un Tempo esista), una parola che – lo si voglia o meno – ci intaglia, ci insempra, ci tatua. Credo che il ricordo, il contenuto di quello scrigno, non conosca oblio, non conosca notte; e, se una notte ha in sé, essa rifulge di stelle e lune. Il ricordo riposa nei meandri di qualcosa che vibra, trema, a cui l’Amore  ratto s’apprende’’, direbbe il Poeta, e che non consente l’assenza della luce. Noi ricordiamo quel che si è fatto arteria portante del nostro cor. E mentre scrivo mi assale la domanda: è davvero possibile scordare? Ha senso dire che potremmo scordarci di ciò che in noi ha tracciato un alveo di lacrime e gioia? Non avvertite anche voi la ridondanza del tante volte sentito ‘’non ti scordar di me’’ se pensate che nel cuore del “tu’’ al quale rivolgete questa preghiera siete già riusciti a intuarvi, se in quel cuore avete tracciato un solco di vera vita? Com’è possibile scordarsi di chi è nel cuore? Mi ricordo di un racconto di Dino Buzzati, I giorni perduti: un ricco imprenditore si trova di fronte al dramma di scoprire migliaia di giorni non vissuti e che stanno per evaporarglisi davanti come occasioni mancate, irrevocabili.

 

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Si trovano in casse che un uomo misterioso getta in un dirupo e che il malcapitato corre ad aprire scoprendo, in una, la fidanzata abbandonata senza una ragione, in un’altra, il fratello lasciato andare verso la morte senza una presenza, in un’altra ancora, il suo cane consumato nell’attesa. Un passato che non è mai diventato presente. E allora potremmo chiederci: quell’ uomo aveva dimenticato o scordato? Ché se avesse semplicemente vissuto come se ogni cosa potesse essere rinviata, ebbene, ritengo non avrebbe davvero scordato, ma semmai dimenticato – non certo amato! – la sua fidanzata, il fratello, il cane. Dimenticando, si sarebbe limitato ad assegnare a queste preziose presenze solo uno spazio amministrativo, burocratico, aziendale. Per tornare all’oblio, le avrebbe solo avute a mente, come meri impegni il cui disbrigo non differisce da una strategia imprenditoriale da attuare. Insomma, non le avrebbe avute davvero a cuore, quelle presenze. Non avrebbe potuto, a rigor di logica, scordarle. Ecco perché il tempo dell’amore non ha aspettato l’uomo d’affari del racconto di Buzzati. Non ha conservato per lui ciò che egli non ha saputo abitare ma che ha fatto sprofondare nella pratica oscura e obliante dell’egoismo.

 

Non ti scordar di me’’ non chiede alla memoria di trattenere un’immagine, perché ciò che il cuore ha davvero accolto non si perde. Può tacere, sì, ma non può non restare accordato con la sinfonia dell’amare e dell’aver vissuto autenticamente.

 

Buone vacanze alle gentili lettrici e ai gentili lettori de Il Cittadino Canadese!

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