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La politica italiana: Travaglio e Vannacci: due personaggi sui generis

Marco Travaglio, che pur è di sinistra, mi appare a volte per le cose che dice un vero, sano nazionalista o se vogliamo un patriota. Peccato che occorra definirsi di sinistra per pensare e dire cose normali di destra. Ma ormai certe parole: nazionalismo, sovranismo sono vittime della manipolazione del vocabolario d’italiano da parte dei nostri progressisti che le demonizzano. Che si pensi anche al termine populista, usato come un insulto. Bisogna rendere merito, inoltre, a Travaglio, di non aver fatto dell’antifascismo, a fascismo morto e sepolto da quasi un secolo, la sua professione. Come invece fanno tanti.

 

Travaglio, insomma, è un uomo al di fuori degli schemi abituali entro cui la “politica all’italiana” fa rientrare uomini e idee. Ad esempio, il denunciare le pratiche omicide dei militari israeliani contro i civili palestinesi dovrebbe essere il riflesso normale di qualunque osservatore, a prescindere dal suo schieramento ideologico. E così anche il denunciare l’attacco armato contro l’Iran, condotto dagli USA e da Israele a tradimento, mentre si era in fase negoziale. Denunce che possono andare di pari con la denuncia dell’obbrobrioso sistema politico iraniano. Inoltre, mi sembra molto logico il criticare, come fa Travaglio, le sanzioni antirusse, a causa dei loro effetti perversi sull’economia europea. La Russia sarebbe potuta essere invece, dopo il crollo del comunismo, una preziosa alleata dei paesi europei, invece di divenire, per miope scelta europea, una loro mortale nemica.

 

Ma la logica binaria, da campo di calcio e da stadio, prevale in Italia, dove un gol fatto dalla nostra squadra è un gol subito dalla squadra avversaria; sicché si ragiona in termini di stretta politica partitica: si demonizzano gli avversari, si fanno continuamente polemiche, e si distorcono i principi di verità, di onestà, di dignità. L’interesse nazionale dovrebbe essere il fattore che unifica governo e opposizione. Ma la stessa espressione “interesse nazionale” sembra evocare nel Bel Paese una politica guerrafondaia.

 

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E da Travaglio passo a Vannacci.

Roberto Vannacci ha avuto, senza saperlo, un grave torto nei miei confronti. Io pensavo di essere una persona normale: amante del proprio Paese, onesto, per nulla opportunista – se mi è permesso indicare questi limiti alla mia italianità – e profondamente rispettoso del sentimento nazionale, mio ma anche di quello degli altri. Io considero infatti lo Stato-Nazione una nobile creazione, e quindi ho un profondo rispetto per le bandiere, i passati nazionali, i confini di Stato, e per l’identità culturale dei popoli e quindi degli individui.

 

Devo dire che il libro del generale Vannacci è stato, a tutta prima, un balsamo per me, poiché le idee che vi sono espresse coincidono punto per punto con i miei giudizi in relazione ai temi in esso trattati. Potrei anzi dire che io stesso ho affrontato e discusso gli stessi soggetti in diversi miei scritti ben anteriori a quelli del Generale. Ma allora qual è il torto di Vannacci nei miei confronti? Identificandomi a lui, mi sono sentito il destinatario delle frasi ingiuriose di persone, in apparenza perfettamente normali, che hanno denunciato come insensate, infamanti, assurde, orribili le idee espresse da Vannacci. Queste accuse, che indirettamente sono state rivolte anche a me, hanno messo fortemente in dubbio la mia normalità. E la normalità di tanta altra gente, né xenofoba, né omofoba, né misantropa, che pensa come me e come Vannacci.

 

Io penso che l’analfabetismo italiano in materia di normali sentimenti nazionali sia emerso in maniera eclatante da questo crucifige lanciato contro l’autore del “Mondo al contrario”. Il quale, avendo vissuto da bambino e da ragazzo all’estero, in Francia, ha fin da allora acquisito quel normale senso di amor patrio che è visto invece da molti, in Italia –  dove trionfano l’a-nazionalismo, il settarismo, la faziosità, e la partigianeria – come un’aberrazione meritevole dei peggiori insulti.

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