
Sono attratto dalla penombra. Questo perché un’eccessiva definizione del reale non mi consentirebbe di avere quella sensazione dell’Oltre che solo la penombra sembra custodire. È così che, con le unghie del pensiero e dell’immaginazione, mi spingo a scavare quel che mi circonda o mi abita alla ricerca di verità ultime. E comunque, inaccessibili. La mia dimora interiore è proprio questa bilicanza tra percepito e irraggiungibile. Le mie amate penombre non sono assenza di luce, ma sospensione liminare, attesa inesausta di ciò che non si mostrerà mai interamente, e che mi indurrà a indagare, a interpretare. Non credo alla sincerità del sole, ai fatti, alla sentenziosità dei limiti. La mia creatività si nutre di una studiata cecità. Quando faccio musica, mi piace dimenticare la mia chitarra e… “scordarla’’, intendo cambiarne l’accordatura: le mie dita non hanno più punti di riferimento e si muovono in terre straniere; “scordo’’ gli accordi che avevo preso con la tensione tradizionale tra i capotasti. È un non-più-vedere i suoni, una sinestesia dell’erranza. Il mio non è un voler fuggire il mondo, ma semmai un modo diverso di percepirlo, accedervi obliquamente, guardare alle cose nel loro magmatico farsi. Immersi come siamo tutti in una realtà che spinge il calcolo alle sue forme più esasperate, al nitore iperrealista delle immagini dell’intelligenza artificiale, mi piace, al contrario, osservare tutto con la miopia di chi non ne governa i confini. Cerco fratture, crepe, interstizi. Cerco possibilità creative che restino tali. Interrogativi che s’infinìtino in una continua ricerca. La penombra mi offre questo. Penso a chi ha fatto di questa cultura dell’indistinto la propria cifra: mi sovviene Caravaggio e il suo squarciare il buio con tenui lame di luce, o Rembrandt che fa sintassi pittorica dell’interiorità; vado alle allusioni armoniche e mai pienamente risolte dell’impressionismo di Debussy, come così anche ai disarticolati e nebulosi indugi di Satie, ai silenzi abitati di certi film di Tarkovskij, dove il senso non è mai consegnato, ma solo sfiorato, come un oggetto lasciato intravedere dietro un vetro appannato. In tutti questi casi, ciò che conta non è ciò che viene mostrato, bensì ciò che resta in riserva, ciò che si sottrae alla presa.

La penombra non è una mancanza, ma una strategia dell’anima: è il luogo in cui il reale smette di essere inventariabile e torna ad essere esperibile. Viviamo invece in un tempo che pretende chiarezza assoluta, trasparenza totale, esposizione continua. Tutto deve essere visibile, misurabile, ottimizzato. Ogni ambiguità viene percepita come una falla da correggere, ogni incertezza come un errore di sistema. Ma questa ossessione per la luce piena finisce per impoverire l’esperienza: ciò che è interamente illuminato non lascia spazio allo sguardo, non chiede interpretazione, non convoca desiderio. È già concluso prima ancora di essere vissuto. La penombra, al contrario, educa all’incompletezza. Chiede tempo, lentezza, disponibilità all’equivoco. Implica una rinuncia: quella di sapere tutto, di vedere tutto, di dire l’ultima parola. In questo senso è una postura etica, prima ancora che estetica. Abitare la penombra significa accettare che il mondo non si lasci possedere, che l’altro non si lasci ridurre, che il senso non si lasci chiudere. È una forma di rispetto: per la complessità, per l’alterità, per il mistero. Anche nel linguaggio cerco questa zona intermedia. Diffido delle frasi che pretendono di spiegare troppo, delle parole che si credono definitive. Preferisco quelle che esitino, che alludano, che aprano più di quanto chiudano. Le parole migliori non sono fari, ma lucciole: non illuminano tutto, ma indicano una direzione possibile, per poi scomparire. Scrivere, come suonare, come pensare, diventa allora un esercizio di sottrazione controllata, di equilibrio instabile tra il dire e il tacere. Forse è per questo che la penombra mi appare come l’unico spazio davvero umano rimasto. Lì dove la luce non è padrona, ma ospite.
Lì dove l’errore non è una colpa, ma una deviazione feconda.
Lì dove l’immaginazione può ancora respirare, perché non viene costretta a produrre risultati, ma autorizzata a restare possibilità. In penombra, il pensiero non corre: indugia, ritorna, si perde. E proprio perdendosi, talvolta, intravede.
Non rivendico la penombra come rifugio nostalgico, né come rifiuto del presente.
La rivendico come controcampo necessario, come zona di resistenza alla tirannia dell’evidenza. In un mondo che pretende risposte immediate, scelgo la domanda che persiste.
In un mondo che idolatra la luce, scelgo la soglia. Perché è solo lì, in quella bilicanza irrisolta, che continuo a sentire — ostinatamente — la promessa dell’Oltre.





