Con gratitudine e un pizzico di commozione, presento ai nostri lettori l’ultimo racconto di una persona che per Il Cittadino Canadese è stata molto più di un collaboratore: un amico, una guida, una voce preziosa. Ha raccontato con lucidità, faranchezza e ironia l’Italia, sua terra d’origine, dove oggi vive da pensionato, tra sport — la sua amata Inter — e politica, con quel disincanto di chi sa che, alla fine, il Belpaese sembra non voler cambiare mai. Parallelamente, ha condiviso con semplicità e autenticità aneddoti e ricordi di Montréal, conquistando una comunità di lettori affezionati che si sono riconosciuti nelle sue parole. Lo saluto con affetto profondo e lo ringrazio per tutto ciò che ha donato a questo giornale e alla nostra comunità. Le sue storie resteranno con noi, insieme al suo sorriso discreto e sincero. Grazie di cuore, Teddy. Un abbraccio forte.
Il direttore Vittorio Giordano
Spero, in quest’ultimo pezzo per Il Cittadino, di strapparvi un timido sorriso.
Per mesi e settimane mi sono chiesto cosa scrivere e, alla fine, ho pensato che sarebbe stato interessante raccontare la mia decisione di emigrare in Canada. Un’adolescenza felice, tra studio e sport (calcio d’inverno e primavera, ciclismo d’estate). Non necessariamente in quest’ordine. Verso i 17-18 anni, pensando al mio futuro e facendo due conti, tra servizio militare e Università sarei arrivato quasi a 30 anni senza combinare molto. Dalle mie parti, per l’Università si sceglievano facoltà dove non era obbligatorio frequentare i corsi, e tutti diventavano avvocati o professori. E anch’io, almeno fino al 1965, ero convinto di laurearmi in Lettere. Nel 1951, dopo una riunione di famiglia, mio padre decise — a malincuore — di emigrare a Toronto per permettere anche alle mie sorelle di continuare gli studi. E i suoi sacrifici, tornava solo ogni 5 anni, furono ripagati con le Lauree in Francese e Lettere delle sue figlie. Io invece, che volevo vedere il mondo, scelsi la strada più facile: emigrare in Canada. Cosa che avvenne nel 1959, dopo aver vinto la resistenza di mio padre.
AGOSTO 1959. COMINCIAMO MALE. Visita a Roma per il visto. Parto alla scoperta della città con il mio miglior amico. Dormiamo in un ostello della gioventù e facciamo i turisti per 2-3 giorni prima dell’appuntamento al Consolato canadese. Visita medica veloce e colloquio con il Console, un omone di almeno un metro e novanta, con il naso arrossato. Mi chiede — e mi trova impreparato — perché voglio emigrare in Canada. Rispondo, senza batter ciglio: “Per lavorare”. Il Console guarda il documento che aveva in mano e aggiunge: “Lo sai cosa fanno gli italiani in Canada? Lavorano sulla ferrovia, nell’edilizia o in fabbrica. Lavori molto duri. Tu hai studiato”. Non potendo cambiare la mia prima risposta, e non avendo altra scelta, continuo a insistere di voler andare in Canada per lavorare. Dopo una ventina di minuti di discussione, spazientito, improvvisamente mette il visto e, guardandomi negli occhi, conclude: “Vuoi andare in Canada per lavorare, ma ti consiglio di andare a scuola”. E aveva ragione.
SULLA VULCANIA. Forse, su quella nave, ero l’unico emigrante… felice.
La nave mollò gli ormeggi verso mezzanotte. Tutti sul ponte a salutare familiari e amici rimasti sulla banchina. Man mano che la nave si allontanava, sventolio di fazzoletti bianchi, pianti e grida di dolore. Era come se ci avessero strappato il cuore.
9 SETTEMBRE. ARRIVO A PIER 21, HALIFAX. Scendo dalla nave e incontro mio padre. Dopo i saluti, il mio sguardo cade su un chiosco che vendeva banane. Non avevo mai mangiato una banana in Italia e, quando da ragazzo mia madre ci portava al mare a Termoli, non ero mai riuscito a farmene comprare una: costava cento lire. Ne compro un grappolo, lo mangio tutto avidamente e per poco non ci lascio la pelle.
HALIFAX–MONTRÉAL. La destinazione finale era Toronto, dove mio padre lavorava per la compagnia ferroviaria CP. Ma a Montréal c’era una sorella di mia nonna, emigrata nel 1939, che durante la guerra ci aveva inviato zucchero, caffè e indumenti. A me aveva mandato un paio di pantaloni alla zuava che indossavo la domenica e con cui passeggiavo tutto contento per le strade di Montorio. Mi innamoro subito della città. Ritrovo il cielo azzurro di Napoli. Ma la destinazione finale è Toronto.
ARRIVO A TORONTO. Negli anni ’50, quando un emigrante raggiungeva i familiari, parenti o amici, dopo una settimana doveva pagare la pensione se voleva restare, e quindi doveva lavorare. Qualsiasi lavoro. E così, come primo impiego, faccio il manovale da mio cugino che si occupa di intonaci. Dopo un mesetto, un altro cugino mi trova un posto nel deposito della Olivetti, in pieno centro-città. Naturalmente, scaricavo casse che pesavano 110 libbre. Un altro problema era la lingua: non conoscevo l’inglese. Dopo qualche mese era diventato una vera ossessione. Di giorno lavoravo e la sera seguivo dei corsi su St. Clair tenuti da un pastore anglicano. Faccio progressi e, tramite il Parroco della chiesa italiana, decidiamo che è il caso di seguire i corsi dell’undicesimo grado allo St. Michael’s College, diretto dai Gesuiti. L’anno seguente sostengo gli esami di maturità (grado 13) al Bloor Collegiate. Ma Montréal, come il primo amore, mi era rimasta nel cuore, e ci andavo spesso nei weekend grazie ai biglietti gratuiti che la compagnia ferroviaria concedeva a mio padre.

LUGLIO 1961. ARRIVO A MONTRÉAL. Arrivo con 10 dollari in tasca e vado ad abitare da mia zia, sulla strada Raul — oggi Rousselot — proprio dietro l’ospedale Jean Talon. Incontro un mio compaesano emigrato anni prima e mi porta al Casa Loma: pizza e spettacolo con Jean Roger. Resto con pochi dollari in tasca. Dopo una settimana dovevo pagare 15 dollari a mia zia per la pensione. Quindi dovevo trovare un lavoro. Qualsiasi lavoro. Dopo qualche giorno incontro un altro compaesano che mi porta a lavorare in una fabbrica di chiusure lampo, la Three Stars, su St-Dominique. Naturalmente, a scaricare rotoli di acciaio che pesavano un accidente. Nel ’62 incontro per strada Angelo Di Lauro, di Ripabottoni, che mi chiede se giocavo a pallone. Gli rispondo che ero portiere e mi porta alla Montréal-Italia, diretta da Demetrio Pivetta e Bruno Pesut, due dirigenti di Reitman’s. Naturalmente, mi fanno assumere nel deposito della compagnia e mi mettono nel reparto reggipetti e panciere. Non sono un esperto di panciere, ma di reggipetti me ne intendo. Se posso darvi un consiglio, il seno ideale è il 36C.
CERCANDO LA MIA STRADA. Siamo ancora nel ’62. La sera frequentavo l’Università Sir George Williams (oggi Concordia) e il mio obiettivo restava sempre quello di diventare professore di Lettere. Nel frattempo, sfogliavo le offerte di lavoro sui giornali locali e su quelli italiani, ma non succedeva un granché, anche perché a quei tempi era impossibile assentarsi dal lavoro per un colloquio. Nel giugno 1962 Il Corriere Italiano cercava un redattore. Mi chiama il vicedirettore Fulvio Callimaci e il colloquio rischia di saltare perché, tra lavoro e calcio, non trovo il tempo. Troviamo una soluzione e mi assumono.
La redazione era composta da tre persone: il direttore Pietro Budai, il vicedirettore Fulvio Callimaci e il sottoscritto. Il 21 dicembre 1962, da un’idea geniale di Casimir G. Stanczykowski, nasce CFMB e nel giugno 1963 Rudy Marcolini mi assume per animare il programma pomeridiano La Girandola. E qualche anno dopo mi convinsi che non sarei mai diventato professore di Lettere. Negli anni ’60 la Comunità italiana era giovane, dinamica e in pieno fermento, impegnata a conquistarsi un proprio posto nella vita montrealese. All’epoca esistevano tre settimanali, ciascuno con un proprio orientamento politico e una vivace rivalità per accaparrarsi i lettori. Poco dopo sono approdato a Il Cittadino, dove ho avuto come direttori Gianni Gradoli, giornalista di grande esperienza arrivato dall’Italia, e Italo Cappelli. Facciamo ora un salto di quarant’anni, fino al 2005. Rientrato in Italia, ho accettato di collaborare esclusivamente con questo giornale che, nel frattempo, era passato da Nick Ciamarra al Senatore Basilio Giordano. Lo ringrazio per la stima e l’amicizia, insieme al dinamico e giovane direttore Vittorio Giordano che, leggendogli la mente, ogni volta che ci incontravamo in redazione sembrava vedermi come un monumento vivente. Ringrazio di cuore anche i lettori del nostro giornale, e vi confido un’ultima cosa: mi sento in debito con voi e con la Comunità italiana di Montréal. Sono commosso e certamente non vi dimenticherò mai. E anche se, dalla prossima settimana, ogni lunedì per due ore non sarò più davanti al mio computer, il mio pensiero volerà spesso a Montréal. Mille grazie, Buone Feste, e sono sicuro che ci incontreremo di nuovo, magari tra rue Papineau e rue Jean Talon.






One thought on “LUGLIO 1961. ARRIVO A MONTRÉAL.”
Ciao Teddy, mi chiamo Roberto Mio padre, Demetrio, è scomparso lo scorso settembre del 24. Ha parlato molte volte di te in passato, nel calcio e lavorando da Reitman’s. Solo cose belle. Ti auguro una felice pensione. Ti auguro tutto il meglio.”