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Non leggete “l’infinito”

Ho sempre pensato a un testo poetico con il rispetto che si deve al Sacro. E sospetto di ogni operazione che osi turbare l’innocenza di un verso. Non intendo, qui, trattare del fenomeno della traduzione, di per sé un plateale tradimento di quel tipo di creazione dello Spirito che è la Poesia. Oggi, mi piace pensare a voce alta a un altro tipo di violazione che facciamo, ahimè troppo spesso, di quella doverosa intangibilità: la declamazione, operazione tronfia, che evoca il quasi-gridare, il salire sul piedistallo e schiamazzare versi urbi et orbi con la pretesa di offrirci la Bellezza. Un esempio? C’è una perla della nostra letteratura italiana,  L’infinito’’ di Giacomo Leopardi, vittima sacrificale di quest’ansia generale di sentirsi partecipi del genio di quel ragazzo di Recanati che a soli ventuno anni concepì il Sublime. È da tempo che quest’attimo di eterno riceve l’improvvido “dono’’ della declamazione di voci più o meno autorevoli, da Gassman fino all’insegnante di liceo che deve presentarla a qualche annoiata classe di adolescenti in astinenza di cellulare e di reels scrollati alla ricerca di chissà quali scoperte! Per chiunque lo desideri, basta andare su internet e cercare la lettura che di questi versi leopardiani fanno tanti attori, così come quella di tanti utenti dei media sociali che si beano dell’amata siepe leopardiana e si sentono tanto “dolcemente naufraghi’’.

 

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Sembrano tutti dimentichi che la Poesia ha già una voce, e non è certo quella del lettore di turno. È una voce che conosce le inarcature, gli accenti, il metro, l’impianto prosodico che l’Autore ha inteso costruire in un sistema di relazioni di suono e ritmo che rappresentano il vero senso poetico. Ricordo Zumthor quando ammonisce che ogni interferenza vocale è essa stessa atto lacerante l’innocenza di un testo poetico. Trovo insopportabile Gassman quando legge dell’ermo colle senza il minimo rispetto dei sapienti enjambements leopardiani, facendo strame dell’architettura endecasillabica, togliendo senso alle accorte sospensioni cui l’Autore aveva pensato proprio per evocare un thauma aristotelico, spaurante, davanti a una Natura insondabile, immersa spinozianamente in un’indecifrabile immensità. Leggere L’infinito con la classica enfasi teatrale significa far retrocedere il verso per rendere protagonista la voce dell’attore: un vulnus imperdonabile alla Bellezza di un qualcosa che vive di una voce tutta interiore, intima, prossima al Silenzio. Forse solo la voce di Carmelo Bene si erge ad eccezione dello scempio attoriale. La voce di Bene non recita; essa sottrae, si avvicina al Silenzio cui ogni testo autenticamente poetico dovrebbe tendere. Carmelo Bene, a mio avviso, è stato in grado di garantire la sacra libertà di un testo poetico, rinunciando a porgercelo con il sentimentalume dell’attorialità. L’impresa è proprio quella di far scomparire la voce umana e fonderla magicamente con quella autonoma e libera del verso. Quanto ci manca Carmelo Bene!

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