Alla “Casa del Veneto” di Montréal (7995 Blaise Pascal) si svolgono interessanti attività sociali e culturali, connesse all’italianità e al mondo veneto. Io non posso che dichiararmi ammirato per l’utile ruolo svolto da questo centro. Nel corso degli anni, ho assistito, tra l’altro, a un gran numero di conferenze domenicali.
Lo scorso nove novembre – una domenica – era impensabile che io, alle 14, mancassi alla conferenza “Italofonia: lingua oltre i confini”, anche perché a darla sarei stato io. E così è stato. Purtroppo, il tempo inclemente, con la prima neve della stagione, ha fatto sì che non vi sia stato il sold-out, come tutti dicono in Italia, ossia il tutto esaurito.
Se uso un anglicismo è in senso ironico. Nella mia relazione, infatti, ho trattato dell’uso ridicolo e abusivo che, nel Bel Paese, il governo, l’élite e il popolo fanno dei termini inglesi. Di fronte a quest’inondazione di anglicismi, noi “italiani all’estero” proviamo un senso di fastidio e di vergogna. Il tema centrale del mio discorso alla Casa del Veneto è stato per l’appunto: come si spiega questa differenza di atteggiamento e di sensibilità, tra noi e loro, di fronte a un fenomeno che noi giudichiamo ridicolo e avvilente, e che invece suscita nei nostri fratelli in Italia un patetico sentimento di superiorità e di distinzione?
Ciò che manca agli italiani rimasti in patria sono i punti di riferimento; che invece noi abbiamo acquisito “ad abundantiam”, qui, da minoritari. Noi abbiamo assunto una nuova identità in questo laboratorio multiculturale che è Montréal. Noi sappiamo che la lingua è un prezioso fattore identitario. L’italofobia da noi subita nel passato ha inoltre rafforzato la nostra dignità collettiva.

Venendo a vivere in un mondo creato da altri, le certezze che avevamo prima hanno subito una scossa. Molte le cose nuove e le “stranezze” da cui siamo stati confrontati arrivando qui: la cena alle 17, il piano terra chiamato primo piano, l’inesistenza del Ferragosto, l’odio per la cicoria selvatica (pissenlits), la cucina di un livello assai basso, i poliziotti propensi alla violenza e quindi da trattare con i guanti gialli, le strane farmacie, la mentalità fortemente pragmatica, la burocrazia ridotta ai minimi termini, l’assoluto rispetto della fila, la scarsezza di gesti di generosità, ecc. Mentre alcune di queste “stranezze” sono state da noi adottate perché utili o obbligatorie, altre invece no. Noi abbiamo rivolto, nel contempo, uno sguardo critico all’Italia, la quale, nel raffronto, per certe cose è risultata perdente ma per tante altre, invece, vincente.
Ecco perché, a noi che viviamo in un altro sistema, la vera e propria isteria che circonda nel Bel Paese la cronaca nera e in particolare i femminicidi, vedi Chiara Poggi (Garlasco), Giulia Cecchettin, Yara Gambirasio ecc. appare come una stortura mentale collettiva. In Italia, infatti, popolino, politici, esperti e tuttologi emettono ogni giorno urla di dolore, di denuncia e di allarme sull’altissimo numero di femminicidi che vi si verificherebbero. Io, da emigrato che possiede un normale senso della comparazione e del raffronto, ho consultato le statistiche in fatto di femminicidi, accertando che in questa triste classifica, l’Italia, rispetto alla media dell’Ue, si rivela un paese tutto sommato virtuoso. Io quindi direi “Basta! Lasciate ai carabinieri e ai giudici il loro mestiere! Occupatevi invece delle mafie, della corruzione diffusa, e di un’immigrazione senza regole che fa approdare in Italia gente aggressiva e veri e propri delinquenti, come le statistiche chiaramente indicano. Noi, emigrati italiani, al contrario di quanto succede nella penisola, arrivati qui in Canada abbiamo dovuto chinare il capo e rispettare le regole – anche quelle stupide – che la società che ci aveva accolto ci imponeva.”
Conclusione: è proprio vero che gli italiani rimasti a casa, ossia al centro del mondo, mancano del senso delle proporzioni.





