Sabato scorso niente pizza al ristorante. Alle 18 era in programma l’ATP Final di Torino, con la grande sfida tra due giovani campioni del tennis: Sinner e lo spagnolo Alcaraz. E alle 20.45 la nostra Nazionale scendeva in campo a San Siro contro la Norvegia.
Sinner non ci ha delusi; la Nazionale invece sì. E non è stata una sorpresa. Nel suo girone, ad eccezione della Norvegia, l’Italia non ha mai incontrato grandi squadre: Israele, Estonia e Moldavia non fanno paura a nessuno. Capisco anche l’imbarazzo della stampa sportiva italiana che, consapevole della nostra debolezza, non poteva criticare troppo gli Azzurri. Bisognava incoraggiarli, ma la Norvegia era – ed è – nettamente superiore alla nostra selezione. Dunque è inutile cambiare CT se in campo non ci sono giocatori di classe. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Nemmeno Gattuso. Sinner, invece, ha compiuto un vero capolavoro contro un avversario difficile come Alcaraz. I due, nei prossimi anni, domineranno sicuramente la scena mondiale del tennis.
Questi due impegni sportivi, anche per chi non è appassionato, ci hanno fatto dimenticare per qualche ora la guerra in Ucraina e le mattane del Presidente americano Trump, che ha deciso che il Presidente venezuelano Maduro debba cambiare mestiere. E non si scherza nemmeno in Italia, per chi ancora segue la politica nazionale, con il solito psicodramma della finanziaria e con le elezioni regionali di fine novembre in Veneto, Campania e Puglia. E meno male che Natale è alle porte.

I veri problemi: il futuro dell’Italia e l’abolizione delle Regioni
C’è da preoccuparsi, ma la politica italiana continua a ignorare i veri problemi del Paese. Questa settimana – e non è la prima volta che se ne parla – ho letto sul Venerdì di Repubblica un’intervista di Stefania Parmeggiani al Professor Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale alla Cattolica di Milano. Ecco l’incipit dell’articolo: “L’Italia sta invecchiando e fatica a guardare avanti. Invece dovrebbe farlo. Prima tappa, 2050: rapporto tra pensionati e lavoratori uno a uno, oltre tre anziani per ogni under quindici. Anno dopo anno le scuole chiuderanno per mancanza di alunni, intere Province si svuoteranno, l’economia rallenterà e le prospettive dei giovani che entreranno nel mondo del lavoro saranno scarse, mentre il benessere di chi esce dalla vita attiva sarà sempre più incerto. La fiducia collettiva si indebolirà e, alla prima tempesta, la nostra ‘nave’ si rovescerà, lasciando indietro sia i giovani più fragili sia gli anziani. Nel 2080, la popolazione sprofonderà sotto i 46 milioni di abitanti. E il quadro potrebbe essere ancora più drammatico: lo scenario peggiore dell’Istat parla di 40 milioni di abitanti, con il rischio di arrivare a 30 a fine secolo”. E non è tutto. L’anno scorso sono nati diecimila bambini in meno e il tasso di fertilità è sceso ancora, da 1,20 a 1,18 figli per donna. Una crisi demografica che rischia di diventare strutturale.
Le Regioni, poi, rappresentano un altro “papocchio” tipicamente italiano. Nacquero nel 1970 con grandi ambizioni, dovevano essere “il cuore del decentramento democratico”. Sono diventate, invece, un ingranaggio arrugginito, costoso e spesso dannoso. Come non concordare con le parole del giornalista Nicola Frangarecci? Le Regioni sono diventate un carrozzone che divora miliardi e complica la vita dei cittadini, costretti come sempre ad abbozzare. Gioiscono, al contrario, i partiti, che vi hanno trovato un’ulteriore mangiatoia per stipendi, consulenze e nomine. E ogni mattina mi chiedo come facciamo ad andare avanti. Ci adeguiamo.
E per… concludere
Viviamo in Italia da vent’anni. E mia moglie, quebecchese, mi sente spesso imprecare contro le cose che non funzionano: la difficoltà nel trovare operai, i ritardi negli appuntamenti. Non tollero ritardi ingiustificati oltre i quindici minuti: mi fanno letteralmente impazzire. Pomeriggio tranquillo davanti alla televisione e appuntamento alle 15 con un amico. Mia moglie sente abbaiare i miei cinque cani, mi guarda e, con un sorriso beffardo, dice: “È arrivato qualcuno. Strano che un italiano arrivi in orario”. Erano le 14.59. Il mio amico era sì italiano, ma si chiama Anthony ed è nato in Australia.





