Cosa dire sull’Italia dopo un mio recente viaggio nel Bel Paese? Entro nel vivo rivelandovi subito il peggio: sono stato preso a bersaglio ben due volte a Roma, nella metropolitana, da borseggiatori che hanno usato, in un caso, la maniera forte accerchiandomi e quasi immobilizzandomi. E come se non bastasse, ho subito a Rimini, in autobus, qualche giorno dopo, un terzo tentativo di borseggio.
È risaputo: nella metropolitana di Roma agiscono bande indisturbate di borseggiatori – spesso donne – provenienti quasi tutti dall’estero, con una prevalenza di Rom originari dell’ex Jugoslavia; presenza particolarmente oscena per me, nativo dell’Istria, divenuta slava. Questa avvilente realtà fatta di borseggi quotidiani, di disordine, di illegalità, e anche di sporcizia, cui il caos immigratorio dà un contributo soverchiante, fa ormai parte del folclore sia della capitale che delle principali città italiane. Folclore che suscita tolleranza e persino simpatia nei progressisti del Bel Paese, incondizionatamente aperti al “diverso”: questo mitico personaggio, concentrato di virtù. Un inciso: anche noi immigrati italiani siamo stati considerati, al nostro arrivo in Québec, dei “diversi”, ma la nostra “diversità” era assai malvista. Di qui la mia decisa reazione agli abusi di certi stranieri che fanno i propri comodi, in Italia.
A Napoli ho avuto un’altra brutta esperienza. Vado all’essenziale: subito dopo aver visitato il Duomo, sono stato attratto dalle ampie arcate di un solenne edificio che fa angolo retto con la cattedrale. Ho deciso di addentrarmi in quella struttura porticata perché incuriosito dalle fortissime voci in lingua straniera che vi provenivano. E così ho scorto, sotto un’arcata, due individui di colore sdraiati, ognuno, su un materasso sporco. Erano intenti a tracannare bottiglie di birra. Sotto un’altra ampia arcata vi era un terzo individuo, un asiatico, visibilmente ubriaco, sdraiato anche lui su un giaciglio. Il tutto tra un tanfo di urina e tra cartacce e bottiglie vuote. Era un bivacco maleodorante e rumoroso. Offensivo per il mio sentire, ma evidentemente accettato dalla gente locale, per la quale “il vero problema è un altro”, per usare questa frase passe-partout della dialettica italiana.

Infastiditi dal mio fare inquisitivo, questi abusivi mi hanno intimato di andar via. Visto che non obbedivo, l’asiatico ha assunto, urlando, un tono aggressivo. Gli ho controbattuto alzando anch’io la voce e invitandolo a tornare nel suo Paese a fare i suoi sporci comodi. “Fatti i ca…i tuoi!” è stato il suo invito rabbioso, rivoltomi con un apprezzabile accento napoletano rivelante un’avvenuta integrazione nella città della tolleranza, dove si tende a relativizzare tutto, disordine e sporcizia compresi. Visto che io persistevo, questo immigrato si è alzato dal suo giaciglio, deciso a fronteggiarmi con le brutte. Prudentemente mi sono allontanato di qualche passo, ritrovandomi quindi sul marciapiede di via Duomo. Ma deciso a non mollare, ho cercato di vedere se non passasse una macchina della polizia. E ho avvistato, quasi all’istante, un’auto dei carabinieri. Ho fatto loro segno di fermarsi. Erano in due. Chinandomi verso il finestrino, ho denunciato l’esistenza di quell’indecente degrado, e ho indicato le arcate dietro le mie spalle. Mi hanno subito interrotto: erano al corrente del problema ma non spettava a loro intervenire: “Deve rivolgersi alla polizia municipale!”
A Napoli, insomma, ognuno si fa i ca…i suoi. Anche l’immigrato asiatico mi aveva apostrofato, poco prima, con un “Fatti i ca…i tuoi!”, che rivelava l’avvenuta integrazione dello straniero all’andazzo di Napoli.
Viene da pensare, amaramente, che il disinteresse per il bene pubblico sia anche la conseguenza della celebrata saggezza napoletana, ormai diffusasi al resto d’Italia, e di cui il “Fatevi i ca…i vostri!” e il contestuale “Facciamoci i c…i nostri!” sono gli ingloriosi gridi di battaglia, anzi di resa, di fronte al degrado e agli abusi.





