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Israele: Sposa e padrone

 

Mi sorprende sempre, sentire o leggere nei differenti canali d’informazione che “Israele è stato, è andato, è tornato…”, insomma, quella caratterizzazione morfologica al maschile di un’entità nazionale che, però, mi sembra abbia smarrito la sua identità biblica. Mi spiego: nel linguaggio sacro, Israele non è mai “egli”, ma “ella”. Infatti, Israele è la Sposa, la Sulamita del Cantico dei Cantici, “colei che dà pace”, l’amata di Dio. Israele è la sposa-moltitudine che vive della fedeltà di un Altro, non della propria forza, e che riceve la vita come dono, non già come conquista. Mi sembra sia pacifico che, nel Cantico, la relazione fra Dio e Israele è proprio questo intreccio di desiderio e risposta. L’Amore non è mai dominio, ma ascolto. Israele è, infatti, la donna che attende, che cerca, che chiama. La sua grandezza è nell’essere amata, scelta, eletta, e non già nella sua volontà di amare, lei per prima, il suo Dio. Tutta la teologia dell’alleanza si fonda su questa asimmetria feconda: Dio che si rivolge a un’umanità che risponde. È la dialettica della grazia. Eppure, guardando al movimento del Sionismo, mi sembra che quella relazione spirituale si sia snaturata, traducendosi in un progetto apertamente politico e territoriale; scorgo nel Sionismo la traccia di una metamorfosi simbolica: si è reso maschile ciò che nella Bibbia era femminile. Là dove la Sposa viveva dell’ascolto, ora c’è uno Stato che parla e che è nato, che si è autogenerato; là dove la voce era preghiera, ora diventa diktat impietoso, comando. Il principio dialogico dell’alleanza — “Io sarò con te se tu sarai con me” — si trasforma in un principio monologico: “Sum, ergo habeo’’.  Non intendo dare, qui, un giudizio politico, ma solo una lettura teologica. Lo Stato moderno, qualunque esso sia, nasce da un atto di volontà, non da un patto d’amore. È una costruzione della voluntas, non della fides. Nel momento in cui Israele si fa Stato, la Sposa finisce per divenire dispotico Padrone. E il desiderio si traduce in un angusto confine. Ecco, si pensi a un desiderio che incontri (sic!) la sua fine nel suo… confine.

 

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È come se l’antica erranza, simbolo di apertura al divino, fosse stata sostituita da una fissità territoriale che chiude, che delimita, che esclude. Quell’Israele che era presenza femminile di Dio nel mondo, votata a non appartenere a nessuna terra che non fosse (e che non sia!) Dio, dando all’idea dell’esilio un significato altissimo, diventa nel movimento sionista una superfetazione arrogante di Dio, un “egli’’ che, ambendo a possedere una terra, disintegra la sacra dialettica tra mancanza e rivelazione, tra assenza e desiderio (desiderio che è, del resto, la logica intrinseca dell’Amore). Insomma, Israele si fa maschio. È la metamorfosi della Sposa in Padrone. Israele spodesta il trono divino e trasforma la fede in volontà di potenza, in sete di dominio. Nel Cantico dei Cantici, quella “Israele-Sulamita’’ non conquistava nulla; era lei stessa “la terra promessa’’, come corpo offerto, come simbolo di pace. Forse allora la crisi spirituale del nostro tempo nasce proprio da qui: dal fatto che abbiamo smarrito la grammatica dell’amore, sostituendola con quella della proprietà. Il linguaggio della Sposa è stato sostituito da quello del Padrone. E così Israele, che un tempo era “colei che dà pace”, oggi sembra non voler più conoscere la pace. Oggi Israele ha dimenticato la sua voce femminile.                                                                                                                                                                                          

Quella che risponde, non quella che ordina.

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